Piedi, non radici- Convegno su Cooperazione e Sviluppo nel Mediterraneo

del Prof. Lucio Celot

25 ottobre 2018

Convegno su Cooperazione e Sviluppo nel Mediterraneo

Piedi, non radici.

Migrazione e miti del neorazzismo

Abstract: partendo dagli studi di Marco Aime e Telmo Pievani (si veda la bibliografia completa in calce), è possibile costruire un percorso, tra scienza e antropologia, che dimostri come il vecchio e superato concetto di “razza biologica” sia mutato in quello di “cultura” e abbia prodotto alcuni “miti” (scientificamente infondati ma con “effetto di verità”) che costituiscono la base delle narrazioni del neorazzismo contemporaneo.

 

Prima parte: sulla razza biologica.

 

Biologicamente parlando, non esistono le razze (o le sottospecie) umane.

Una razza biologica, per essere tale, deve racchiudere al proprio interno individui che presentino variazioni anatomiche o genetiche molto ben distinte e individuabili tali che quegli individui possano nettamente essere differenziati da altri che appartengono alla stessa specie. Insomma, la razza biologica è una sorta di “pacchetto distinto” comprendente individui caratterizzati da variazioni comuni (razze bovine, equine, canine, etc.).

Nel caso dell’Homo sapiens, per motivi che hanno a che fare con la nostra evoluzione e su cui ritornerò tra poco, NON esistono differenze così marcate: due esseri umani qualunque tra i sette miliardi che popolano il pianeta hanno in comune il 99,9 % del loro genoma, cioè differiscono tra di loro soltanto dell’uno per mille del loro DNA. Qualunque percezione noi abbiamo di grandi e significative differenze fra le popolazioni umane, è una percezione errata, smentita dalla scienza.

Le popolazioni umane sono sostanzialmente simili le une alle altre, le differenze riguardano soltanto gli individui: i gruppi umani si sovrappongono per quanto riguarda la diversità genetica (cioè le varianti del DNA), popolazioni anche molto lontane geograficamente tra di loro presentano caratteristiche genetiche molto simili.

Ecco perché non possono esistere le razze, o le sottospecie, umane: non è possibile “catalogare” gli umani sulla base di differenze nettamente marcate e scientificamente attendibili (ci abbiamo provato dal settecento fino agli anni sessanta del novecento: con risultati diversissimi e contraddittori). Non c’nessun motivo scientifico per mantenere in vita una simile classificazione: il concetto di “razza” biologica è un ferrovecchio della biologia, un concetto da lasciare in soffitta, morto e sepolto.

 

Possono però esistere dei motivi di ordine socio-economico per continuare ad affermare che le razze umane esistono: la “diversa qualità biologica” di una popolazione spiegherebbe perché quella popolazione è più arretrata sul piano materiale o politico rispetto ad un’altra, e poiché si tratterebbe di una differenza causata, appunto, da un fattore genetico cioè “naturale”, tentare di cambiare o migliorare quella situazione di arretratezza sarebbe un’inutile fatica contronatura.

Da questo punto di vista, la razza ha storicamente avuto effetti distruttivi, ha legittimato discriminazioni e gerarchizzazioni sociali e politiche imperialiste (cfr. G.Barbujani, Invece della razza, in M.Aime, Contro il razzismo. Quattro ragionamenti, Einaudi 2016, pp.7-42; sul concetto di “razzismo di stato”, cfr. M.Foucault, Bisogna difendere la società, Feltrinelli 2009).

 

Seconda parte: dal razzismo biologico al razzismo culturale. Popolo e Radici.

 

E questo ci porta alla questione successiva: se il concetto di razza è morto, come è possibile che, invece, il razzismo sia vivo e vegeto?

Lo abbiamo, in parte, appena detto: perché di questa logica classificatoria (che poi la stessa scienza ha rigettato) si è impadronita l’ideologia di chi ha voluto costruire una scala gerarchica delle razze umane. In altri termini, ad una classificazione biologica si è sostituita una classificazione culturale, ad una discriminazione su base naturale una discriminazione sulla base della diversità tra “civiltà” (nel 1996 il politologo S.Huntington pubblicò un libro che fece discutere, Lo scontro delle civiltà, in cui ipotizzava che gli scenari geopolitici futuri sarebbero dipesi dai conflitti tra le nove diverse civiltà che è possibile riconoscere attualmente sul globo – occidentale, latino-americana, sinica, etc). La parola “razza”, in altre parole, è stata sostituita da “nazione”, “etnia”, “cultura”, “civiltà”, etc.

Questa forma di neorazzismo si basa su alcuni concetti o miti fondativi (che non dicono la verità ma hanno un effetto di verità) che quotidianamente sono sulle bocche di localisti, xenofobi, sovranisti e populisti: tra tutti, il concetto di Popolo a cui si lega quello delle Radici (scritti con l’iniziale maiuscola).

Il Popolo è, dal punto di vista del neorazzismo, un’entità che racchiude e raccoglie individui legati in modo indissolubile alla loro Terra, al loro suolo e che avrebbero determinate attitudini, caratteristiche e comportamenti proprio perché radicati in quel territorio e non in un altro (al determinismo scientifico si sostituisce un determinismo culturale, altrettanto aberrante del primo). Da qui, il sacro e irrinunciabile dovere di proteggere quel Suolo e quella Cultura da contaminazioni esterne: il mito della Purezza è di per sé escludente.

Il Popolo ha dunque le sue Radici in una terra che lo ha prodotto (per inciso: è questa la concezione alla base del nazismo: Blut und Boden, Sangue e Terra). Ma qui il mito mostra tutta la sua infondatezza e pochezza, e ciò per due motivi:

  • la cultura è un insieme di conoscenze, credenze, comportamenti, leggi, costumi, etc. acquisita dall’uomo come appartenente alla società: non è un elemento innato ma il prodotto di un percorso di formazione;
  • gli uomini non sono alberi ma, al contrario, hanno i piedi e si muovono; anzi, si sono mossi e hanno migrato per centinaia di migliaia di anni fino a colonizzare tutto il pianeta (cfr. M.Aime, Si dice cultura, si pensa razza, in Contro il razzismo, cit., pp.43-67)

 

Terza parte: Out of Africa. Homo sapiens, una specie migrante.

 

La migrazione ha avuto da sempre un ruolo evolutivo fondamentale: può produrre “speciazione” (quando si interrompono gli scambi genetici tra individui della stessa specie madre e/o una barriera si interpone tra gli stessi) o, al contrario, produrre un rimescolamento genetico tra diverse popolazioni tale da unificarle geneticamente e fare scomparire le differenze. Questo secondo caso è quello dell’Homo sapiens.

Il genere Homo è comparso in Africa 6 mln di anni fa: tutte le specie che ne sono derivate (ergaster, antecessor, erectus, heidelbergensis, neanderthalensis, sapiens) ebbero nei piedi prima che nell’encefalo il segreto della loro progressiva affermazione sulla terra. Il bipedismo consentì la corsa veloce e/o di resistenza e la possibilità di usare le mani rispetto alla postura e all’andatura quadrupede.

Attraverso quelle che i paleontologi chiamano le Out of Africa, cioè le grandi migrazioni al di fuori del continente di origine (comprese tra i 2 mln e i 125.000 anni fa), gli individui delle diverse specie si sono progressivamente diffusi su tutto il pianeta, fino alla comparsa di Homo sapiens in Africa 125.000 anni fa e in Europa 50.000 anni fa: la specie più migratrice di tutte, più espansiva, veloce e invasiva. Disseminandosi dovunque, ma senza trovare ostacoli insormontabili, Homo sapiens ha dato origine a popolazioni (e culture) diverse mantenendo una sostanziale identità genetica in tutte le sue popolazioni: una specie cosmopolita.

Siamo ciò che siamo perché siamo una specie che ha avuto origine da un gruppo di qualche decina di migliaia di neri migranti (sic!), partiti dall’Africa e disseminatisi globalmente attraverso il crocevia del Mediterraneo (cfr.T.Pievani e V.Calzolaio, Libertà di migrare. Perché ci spostiamo da sempre ed è bene così, Einaudi 2016)

 

Quarta parte: autoctonia, nuovi confini, nuove barriere.

 

Un altro mito del neorazzismo, strettamente legato ai precedenti, è quello dell’Autoctonia: l’idea, cioè, di una continuità generazionale ininterrotta sullo stesso suolo che nega qualunque apporto esterno. In altri termini, il mito dell’autoctonia rivendica un’identità, un “Noi” che trae forza dal fatto che siamo sempre stati qui, i nostri padri, nonni e avi sono sempre vissuti qui e altrettanto faranno i nostri figli, nipoti e pronipoti: non è un caso che, quello dell’Autoctonia, sia uno degli argomenti più usati dai movimenti e/o partiti xenofobi e razzisti, dato che richiama quelli della Purezza e della Razza (per inciso: i punti 4 e 5 del Manifesto della Razza del luglio 1938 dicono esattamente la stessa cosa riguardo l’origine ariana della popolazione italiana).

Il paradosso di questo uso etnico (e non giuridico) del concetto di uguaglianza è che si trasforma in razzismo, discriminatorio, escludente e gerarchico. La parola d’ordine “Padroni a casa nostra”, l’uso insistito dell’aggettivo “nostro” declinato in tutti i modi dai sovranisti, è spia di una concezione “naturalistica” della cultura umana, per cui l’individuo è ciò che è in quanto generato da quella terra che quindi gli appartiene per diritto di nascita: l’individuo avrebbe una sorta di marchio DOP che lo condannerebbe ad una fissità immutabile (di nuovo un determinismo naturalistico)

 

***

In sintesi, quel concetto di “razza umana” che la scienza ci impone di cacciare dalla porta, rientra dalla finestra attraverso la costituzione di differenze e barriere che non sono più biologiche ma “culturali”, “etniche”, “religiose”, “etiche”, e via dicendo. Tutti i mali del mondo contemporaneo (crisi economica, disagio sociale ed esistenziale, fine del modello solidaristico del welfare, etc.) sarebbero originati dalla presenza degli stranieri immigrati, colpevoli di avere “inquinato” i nostri valori: una semplificazione, uno slogan, per non dire una menzogna bella e buona.

Questo passaggio, questa “mutazione” del concetto di razza è sicuramente dovuto ai grandi cambiamenti intervenuti nel mondo occidentale negli ultimi 30-40 anni: la fine di quelle che J.F.Lyotard (La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere, Feltrinelli 2002) chiamava le “grandi narrazioni” (gli -ismi dell’età moderna: illuminismo, socialismo, comunismo, marxismo, liberalismo) ha lasciato spazio a narrazioni di tipo “etnolocalistico”, il vuoto ideologico delle rovine del Novecento ha favorito il proliferare di miti e narrazioni che a loro volta hanno sorretto e fondato i nuovi nazionalismi a base etnica con cui oggi dobbiamo fare i conti.

Così come dobbiamo fare i conti, se ancora non l’abbiamo fatto, con il fatto che le migrazioni, in quanto potente e decisivo fattore evolutivo, ci saranno sempre: la forza, la violenza, le leggi non fermeranno i milioni di uomini che si metteranno in cammino, che metteranno in discussione qualunque tipo di barriera, fisica o culturale; ne prendano atto, soprattutto, tutti coloro che hanno alte responsabilità politiche e istituzionali. E’ auspicabile che la politica cessi di essere ridotta a becera e urlata propaganda e torni a volare alto, a fare i conti con la nostra natura e, soprattutto, con la Storia.

 

 

Testi utilizzati e/o citati:

M.Aime (a cura di), Contro il razzismo. Quattro ragionamenti, Einaudi 2016;

V.Calzolaio, T.Pievani, Libertà di migrare. Perché ci spostiamo da sempre ed è bene così, Einaudi 2016;

J.F.Lyotard, La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere, Feltrinelli 2009;

M.Foucault, Bisogna difendere la società, Feltrinelli 2009.

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