Incontro con Paolo Siani, nel Nome del Fratello
Il 9 febbraio, nell’ambito delle iniziative legate allo svolgimento del POC di Giornalismo, il Pansini ha avuto l’onore di ospitare Paolo Siani, fratello di Giancarlo, il giornalista del “Mattino” di Napoli vittima quarant’anni fa di un omicidio di mafia e camorra. Paolo Siani, medico pediatra nonché deputato alla Camera tra il 2018-2022 per il PD, dal 1986 ha affiancato alle sue professioni di pediatra e politico un’instancabile attività volta a tenere viva la memoria di Giancarlo Siani, ucciso a 26 anni per le sue inchieste e i suoi articoli sugli intrecci perversi tra criminalità organizzata e politica. Condannato a morte dalla camorra e da Cosa Nostra per un articolo in cui forniva, fonti alla mano, un’altra verità sull’arresto del boss Valentino Gionta, Siani fu assassinato il 23 settembre del 1985 nei pressi della propria abitazione. Paolo Siani, insieme ai figli Gianmario e Ludovica, ha dato vita alla Fondazione Giancarlo Siani le cui finalità sono, tra le altre, quella di “onorare la memoria e mantenere vivo il ricordo del giovane giornalista” e “difendere la libertà di stampa e di espressione in ogni sua forma.

Intervistato dal docente del corso di giornalismo, Michelangelo Iossa, e dai numerosi ragazzi presenti, Paolo Siani non ha solo ricordato l’attività e le inchieste che sono costate la vita al fratello ma si è anche soffermato sulla dimensione privata del suo rapporto con Giancarlo, un rapporto che non si è interrotto con il barbaro assassinio ma, anzi, si è andato rafforzando nel corso del tempo: sono stati, questi, i momenti più toccanti ed emozionanti dell’incontro, nei quali Giancarlo non è stato ricordato solo come un’icona del libero giornalismo ma, semplicemente, come una persona.
L’incontro si è concluso con la lettura, da parte dei ragazzi che hanno partecipato al Premio Siani, della “Lettera a Giancarlo” che riportiamo integralmente in calce all’articolo, dopo la galleria (cliccabile) delle immagini.
La redazione di Pausacaffepansini









Ciao Giancarlo,
ti ammiriamo molto per lo straordinario coraggio di cui hai dato prova, per il tuo giornalismo d’inchiesta, con cui hai rivelato verità scomode, che tanti avrebbero preferito far finta di non vedere.
Ti sentiamo particolarmente vicino a noi, perché gli avvenimenti di cui tu sei stato testimone e protagonista sono avvenuti nella nostra città, nel nostro quartiere; ci chiediamo quanti avrebbero avuto allora e hanno oggi la forza di non indietreggiare davanti a notizie scottanti sui protagonisti della spietata malavita organizzata.
Sappiamo che tu eri un ottimo giornalista, innamorato del suo lavoro.
Grazie ai tuoi articoli, hai spalancato gli occhi a migliaia di persone sugli intrighi, le relazioni e gli interessi mafiosi sul territorio.
Hai esposto come l’arresto del camorrista Valentino Gionta, capo dell’omonimo clan Gionta, fosse avvenuto in seguito alla soffiata da parte di un membro del clan Nuvoletta, storicamente alleato, interessato ad ottenere una tregua nella faida col clan dei casalesi. E questa rivelazione ti è costata la vita!
Fu proprio un membro del clan Nuvoletta ad ordinare, infatti, il tuo assassinio ma per volontà, addirittura, del boss di Cosa nostra, quel Totò Riina che si è macchiato di centinaia e centinaia di morti.
Ci chiediamo: come vivevi la tua quotidianità? Come riuscivi a conciliare gioventù, gioia di vivere, attese per il futuro e un giornalismo così pericoloso?
Chi erano i tuoi informatori? Avresti mai immaginato una fine così precoce? Avevi calcolato i rischi o la realtà, ad un certo punto, è diventata più grande di te e ha preso il sopravvento? Che sogni avevi, a cui hai poi dovuto rinunciare?
Hai avuto il tempo di assaporare qualche soddisfazione o te ne sei andato troppo presto per poterlo fare? Come viveva la tua famiglia il tuo impegno tanto rischioso? I tuoi cari ti spingevano a proseguire o, per proteggerti, ostacolavano il tuo lavoro?
Con chi condividevi le informazioni più delicate? Di chi sapevi di poterti fidare? Con chi covavi il sogno di una Napoli libera dalla criminalità, dalle esecuzioni per strada, dalla violenza che la rende a volte così tremendamente inquietante?
Non avevi paura delle conseguenze a cui sapevi di andare incontro? O meglio: come facevi a controllare la paura che di sicuro a tratti ti opprimeva?
Ed infine, ci sono stati momenti in cui ti sei pentito del tuo impegno? Momenti in cui hai immaginato di gettare la spugna e continuare a fare giornalismo, sì, ma d’altro tipo? Hanno mai provato a comprare il tuo silenzio? A corromperti?
Continueremmo ancora a lungo a farti domande e sarebbe bellissimo che tu fossi qui e potessi risponderci e aiutarci a crescere come cittadine impegnate nella costruzione di una realtà fondata sul rispetto della legge e sul rispetto dell’altro, non sull’individualismo ma sulla partecipazione al bene collettivo.
Avresti di sicuro tanto da dirci su quali atteggiamenti dovremmo assumere per dare il nostro pur piccolo contributo a questa terra che ci appartiene ma, ovviamente, non puoi. Hanno fatto in modo che tu non potessi!
Hai insegnato tanto a noi e alle generazioni future. Il tuo sacrificio non è stato vano, ispirerai altri animi giusti e coraggiosi come il tuo ad aiutare il prossimo contro le mafie e la criminalità in generale.
Con tanta gratitudine e riconoscenza,
Dana, Alessandra, Giulia, Maria Lida – Liceo Classico Adolfo Pansini

