Oltre il divertissement: la dignità del pensiero tra Ulisse e Agilulfo
di Marta Cardillo (2A)
L’uomo di Pascal è costretto a vivere un’esistenza che oscilla perennemente tra due poli: la miseria e la grandezza. Egli sembra provenire da un luogo in cui il concetto di infinito gli appartiene, per poi ritrovarsi catapultato in una realtà dove la ricerca estenuante, e spesso vana, di tale infinito appare come l’unica strada percorribile. Siamo come un re spodestato: soffriamo per la mancanza di un regno che sentiamo esserci appartenuto. Pascal ci insegna che l’uomo è nulla rispetto all’infinito, ma al tempo stesso è tutto rispetto al nulla. Confinati in un corpo fragile e finito, battito tra due eternità che ci precedono e ci seguono, portiamo comunque accesa in noi una fiamma eterna: il desiderio della felicità.

Ma in cosa consiste, davvero, la felicità? Per Pascal essa risiede nella verità e nell’unione con Dio. È proprio in questa analisi che emerge la modernità del filosofo, il momento in cui le sue parole diventano l’abito dei nostri giorni: la mente finita dell’uomo non è in grado di comprendere la verità assoluta e, per questo, in lui ristagna un vuoto oscuro, una carenza ontologica affamata di conoscenza. Per abitare questo vuoto, disponiamo di due strumenti: l’esprit de géométrie e l’esprit de finesse. Il primo appartiene al ragionamento logico, al calcolo e alla deduzione scientifica; il secondo, invece, appartiene al sentimento, al cuore e all’istinto. Se l’esprit de géométrie ci permette di misurare il mondo fisico, è l’esprit de finesse a ricordarci che quel mondo non lo abitiamo mai del tutto. Questa consapevolezza del limite genera un terrore esistenziale che l’uomo cerca di soffocare attraverso il divertissement. Se dovessimo spiegare per immagini il termine, potremmo collegarlo alla Luna dell’Orlando Furioso. La Luna di Ariosto è lo specchio della Terra, il magazzino dei desideri effimeri: vanità, preghiere ipocrite, lacrime degli amanti, onori mondani e senno perduto. Ariosto aveva compreso la vera natura dell’uomo: tutta la nostra felicità si riduce spesso a un continuo affanno, una ricerca frenetica di “cose” che ci allontanino dal pensare alla nostra miseria. Tale fuga si manifesta prepotentemente nel bisogno di ricevere la stima e l’approvazione altrui; nasciamo infatti con un’inclinazione quasi biologica a voler essere amati per confermare a noi stessi di esistere. Tuttavia, questo bisogno dimostra ancor di più la piccolezza e la vanità di cui siamo intrisi: ogni qualvolta non riceviamo lo sguardo dell’altro, il nostro castello di certezze crolla. In questo senso, ci viene in aiuto la struttura del mondo antico. La cosiddetta “cultura della vergogna” imponeva infatti un modello in cui l’apparire e l’obbligo di dimostrare il proprio valore sociale diventavano il centro dell’esistenza, trasformando l’onore esteriore nel primo, grande divertissement della storia umana. La via di fuga, lo spiraglio nel buio silenzioso, è Ulisse. Ulisse incarna alla perfezione il concetto del ben pensare in Pascal. Il filosofo attribuisce un’importanza fondamentale al pensiero. E, infatti, arriva ad affermare che «il pensiero è dunque una cosa ammirabile e incomparabile di sua natura». Ritiene che la grandezza dell’uomo risieda proprio nel pensiero, nella sua capacità di poter pensare:
L’uomo non è che una canna, la più debole della natura, ma è una canna pensante
La dignità dell’uomo risiede dunque nella consapevolezza della propria condizione, una forza che riesce a contrastare chi, per evadere da una realtà difficile, sceglie di non pensare. L’incontro tra Ulisse e i Ciclopi rappresenta lo scontro tra umanità e bestialità, tra la solidità del logos e il calore dell’impulsività. L’astuzia di Ulisse nella grotta di Polifemo rappresenta la prima grande vittoria dell’intelligenza sul vuoto: dichiarandosi “Nessuno”, l’eroe omerico usa il linguaggio per annullarsi strategicamente e salvare la propria vita. In questo atto di “ben pensare”, Ulisse dimostra che l’uomo può dominare l’abisso della forza bruta attraverso la mente. Tuttavia, se Ulisse sceglie di essere “Nessuno” solo per un istante al fine di preservare il proprio essere, Agilulfo, il protagonista de Il cavaliere inesistente di Calvino, è “Nessuno” per statuto ontologico. Agilulfo rappresenta l’estremizzazione della “cultura della vergogna” e della geometria pascaliana: egli non possiede un corpo, non ha sostanza umana; esiste solo attraverso la lucentezza della sua armatura e il rigore del dovere. Se Ulisse è la “canna pensante” che sfida il mostro, Agilulfo è l’armatura vuota che tenta di colmare il proprio abisso interiore sottomettendosi a una forma perfetta. Egli abita esclusivamente l’esprit de géométrie: senza le regole, senza i ranghi e senza lo sguardo altrui, Agilulfo svanirebbe nel nulla di cui è fatto. È l’uomo che, nel tentativo di sfuggire alla miseria di cui parlava Pascal, finisce per trasformarsi in una funzione pura, perdendo quella “finezza” che lo renderebbe vivo, seppur fragile. Mentre Agilulfo soffre cercando il significato vero delle emozioni e ciò che spinge gli umani a praticare i propri rituali, Gurdulù, al contrario, possiede il corpo ma, non avendo il pensiero, non può dirsi propriamente “uomo” secondo i criteri di Pascal. Gurdulù deruba come un camaleonte la natura di ciò che lo circonda, mimetizzandosi nel mondo e fuggendo anch’egli dal vero significato dell’essere: egli è l’uomo che rinuncia alla coscienza per non sentire il peso dell’esistenza.
La vera felicità, quindi, consiste nel saper vivere in questo limbo: essere consapevoli degli estremi senza avere la presunzione di conoscerli. La pienezza non risiede nella fredda formalità di Agilulfo, né nella spensieratezza incosciente di Gurdulù, ma nella metriotes di Ulisse: nel saper bilanciare l’esprit de finesse al dovere, cercando l’infinito non in un altrove lontano, ma nel fine ultimo di ogni autentica esperienza umana. Cogliere l’attimo significa allora accettarne la precarietà, sottraendolo al rumore del divertissement e restituendolo alla dignità dell’esperienza.

