Giochi letterari all’ombra di Edwin Drood: il fascino dell’incompiuto dickensiano
di Caterina De Rogatis & Lucio Celot
Il Mistero di Edwin Drood è probabilmente l’incompiuto più famoso della storia della letteratura, interrotto esattamente a metà della trama dalla morte improvvisa di Charles Dickens, avvenuta nel giugno del 1870. Avendo al proprio centro la sparizione e – quasi sicuramente – l’omicidio del personaggio eponimo, il romanzo non ha solo lasciato a bocca asciutta milioni di lettori in tutto il mondo ma ha stuzzicato l’immaginazione dei droodisti che, in un secolo e mezzo, si sono sbizzarriti a speculare sui possibili esiti della storia dando vita a infinite (e a volte sorprendentemente fantasiose!) teorie sul finale mancante. In verità, chi sia il colpevole della sparizione e del presumibile omicidio è chiaro fin dai primi capitoli del romanzo, tali e tanti sono gli indizi seminati da Dickens nei ventitrè capitoli che ci sono pervenuti. La responsabilità della scomparsa di Edwin Drood, promesso sposo di Rose, sarebbe, stando a quello che leggiamo e che Dickens avrebbe confidato all’illustratore dell’opera Luke Fildes, dello zio e tutore dello stesso Edwin, John Jasper, follemente innamorato di Rose e notoriamente dedito all’assunzione di oppio nei bassifondi di Londra. Fa da sfondo alle vicende la cittadina di Cloisterham, (dietro la quale si nasconde Rochester, il villaggio dove Dickens passò l’infanzia e dove si ritirò negli ultimi, difficili anni della sua vita), dominata dalla possente architettura della sua cattedrale. Qui, una pletora di personaggi si muove attorno alla coppia di fidanzati – ingegnere lui, orfana viziata residente presso il Collegio delle Monache lei – e al loro ménage quotidiano, fatto di visite di Edwin al collegio, delle loro passeggiate e litigi continui: ci sono Grewgious, il tutore di Rose (che si autodefinisce un “uomo angolare”); il reverendo Crisparkle, tutore di Neville e Helena Landless, due fratelli gemelli originari di Ceylon ospiti dell’associazione filantropica del sig. Honeythunder; Durdles, scalpellino dedito all’alcol, conoscitore delle labirintiche cripte della cattedrale nonché esperto di tombe e cimiteri; il misterioso sig. Datchery, straniero che compare verso la fine del romanzo, che probabilmente indossa una parrucca e nasconde la sua vera identità. E poi c’è lui, quello che dovrebbe essere il villain della storia, John Jasper, maestro cantore della cattedrale, innamorato di Rose e artefice di un piano per liberarsi del nipote e fare ricadere la responsabilità sul sanguigno e impulsivo Neville Landless (a sua volta infatuato di Rose). O meglio, così sembrerebbe, considerato che non si contano i saggi, i romanzi e gli articoli accademici che propongono fantasiose e, a loro modo, fondate ipotesi e illazioni sul seguito della vicenda, sul destino di Edwin e sulla presunta colpevolezza di Jasper. Nel 1980 lo scrittore e sceneggiatore Leon Garfield ha scritto e pubblicato la versione del romanzo completa dei capitoli mancanti (in Italia l’ha pubblicata l’editore Bompiani). Ma l’eco del mistero di Cloisterham non si è spenta con la morte del suo autore, riverberandosi in opere contemporanee che a loro modo ne raccolgono l’eredità, come La verità sul caso D. di Fruttero e Lucentini e Il ladro di libri incompiuti di Matthew Pearl.

Carlo Fruttero e Franco Lucentini sono stati una delle coppie di scrittori più originali e di successo della letteratura italiana del secondo Novecento. La loro collaborazione, iniziata negli anni ‘50, ha dato vita a romanzi polizieschi famosi come La donna della domenica (il romanzo d’esordio del 1972, un giallo sofisticato e ironico ambientato a Torino, che riscosse un grande successo di pubblico e critica e fu adattato per il cinema con Marcello Mastroianni nella parte del protagonista), A che punto è la notte (1979, altro giallo di successo ambientato durante la seconda guerra mondiale) e Enigma in luogo di mare (1991). La verità sul caso D. è tante cose assieme: un atto d’amore nei confronti di Dickens, un ironico e leggero “scherzo metaletterario” sul concetto stesso di incompiuto artistico, un piccolo gioiello di critica letteraria che non si prende molto sul serio, un’inchiesta poliziesca senza cadavere e senza colpevole, un divertente esercizio decostruzionista dei meccanismi del giallo e una parodia affettuosa del genere poliziesco. F&L immaginano che a Roma, sponsorizzato da mecenati giapponesi (e chi, se non loro?), si tenga un convegno sul “completamento di opere incompiute o frammentarie in musica e letteratura”. Ovviamente, oltre che di Schubert, Poe e Bach, si discute anche di Edwin Drood. E chi sono i partecipanti al dibattito? Nientemeno che i grandi detective e investigatori della letteratura moderna, pronti a dibattere, a litigare e discutere fin nei minimi particolari tutti i capitoli del romanzo di Dickens per venirne a capo supportando o contestando la soluzione più ovvia, quella della colpevolezza di Jasper. Incontriamo, così, Holmes e Watson (le creature di Conan Doyle), Padre Brown (Chesterton), Hercule Poirot (Christie), il commissario Maigret (Simenon), August Dupin (Poe), Nero Wolfe (Stout), Philip Marlowe (Chandler), il sergente Cuff (Collins), un colonnello dei Carabinieri e perfino Porfirij Petrovic, il giudice istruttore-psicologo che incastra Raskolnikov in Delitto e Castigo di Dostoevskij (che, detto per inciso, era un grandissimo ammiratore di Dickens). Ognuno di loro, con il proprio stile e metodo, propone una versione dei fatti in contrasto con le altre: Holmes offre una soluzione logico-deduttiva che inchioda Jasper sulla base degli indizi a sua disposizione; il commissario Maigret conferma la colpevolezza di Jasper attraverso il quadro psicologico dell’omicida, vittima egli stesso delle proprie ossessioni; ma c’è anche chi suggerisce che Edwin si sia semplicemente allontanato da Cloisterham per non farvi più ritorno. E, tra le ipotesi più stravaganti, c’è quella di chi, memore delle atmosfere esotiche e dei torbidi segreti de La Pietra di Luna (dell’amico-nemico di Dickens Wilkie Collins) arriva a dire che Edwin è stato assassinato da sicari musulmani per vendicare un oltraggio perpetrato a suo tempo dal padre dello stesso Edwin. Ma non basta, perché l’ultimo capitolo è un autentico coup de théâtre inscenato con registica sapienza da Poirot: siamo sicuri che l’improvvisa morte di Dickens sia stata naturale? Forse, il “caso D.” non si riferisce a Edwin Drood…

Insomma, il risultato di questo guazzabuglio acuto, ironico, parodistico e sconclusionato è un “cruciverba indiziario”, un incrociarsi di ipotesi e (spesso esilaranti) conclusioni che sollecitano e solleticano il lettore ad una riflessione sulle illimitate possibilità interpretative di un testo incompiuto: il fascino di un’opera sospesa nel tempo genera terreno fertile per la creatività e la speculazione letteraria. La vitalità di un classico si esprime anche nella sua infinita e ripetibile manipolabilità.

Se Fruttero e Lucentini scelgono la via dell’ironia e della parodia per rendere omaggio a Dickens, Matthew Pearl, nel suo romanzo Il ladro di libri incompiuti, imbocca un sentiero più cupo e avventuroso in cui si mescolano il thriller, il sensation novel e il romanzo realistico. Un libro dickensiano, quindi, il cui protagonista è James R.Osgood, il vero editore americano di Dickens, che, dopo la morte improvvisa dello scrittore e il comprensibile panico che si diffonde negli ambienti editoriali anglosassoni, tenta di saperne di più su quale sarebbe potuta essere la conclusione del mistero di Edwin Drood. Così, insieme alla giovane Rebecca Sand, assistente fidata, intraprende un’indagine tra Boston e Londra maturando la convinzione che la seconda metà del romanzo, quella mancante, sia stata scritta prima (come era solito fare Edgar Allan Poe, che scriveva i “racconti del raziocinio” di Auguste Dupin a rovescio, cioè redigendone la prima parte in un secondo momento, a posteriori, per così dire) di quella effettivamente rimasta ai posteri. Parallelamente, Pearl racconta alcuni episodi della tournée americana di Dickens, durante la quale lo scrittore leggeva e recitava pubblicamente i brani più noti dei suoi romanzi e inserisce anche una sottotrama – non del tutto slegata dalla vicenda principale – sul traffico internazionale d’oppio tra Cina e Impero britannico (il lettore del Mistero sa quanto l’oppio sia un elemento portante per la trama e la piena comprensione della personalità di Jack Jasper).

Il romanzo si fa apprezzare anche per la descrizione dell’ambiente editoriale sulle due sponde atlantiche, spietato e competitivo, in cui gli editori si contendono autori e manoscritti senza esitare a utilizzare metodi borderline o apertamente illegali. I bookaneer (“pirati editoriali” al servizio delle grandi case editrici) trafficano in edizioni non autorizzate, approfittando delle falle nei diritti internazionali d’autore che all’epoca non potevano impedire che libri inglesi venissero stampati in America senza il permesso degli autori. La letteratura è merce, e il manoscritto incompiuto di Dickens diventa l’oggetto di una vera e propria caccia, più commerciale che letteraria. E, infine, non va dimenticato che il romanzo di Pearl si carica di ulteriori suggestioni quando insinua che il mistero di Cloisterham non sia solo frutto dell’immaginazione di Dickens, bensì l’elaborazione narrativa di un oscuro episodio di cronaca nera realmente accaduto. Come in un gioco di specchi, la finzione letteraria nasconderebbe una verità rimossa, un segreto che l’autore inglese avrebbe voluto raccontare tra le pieghe della sua ultima opera. L’incompiutezza di Edwin Drood non sarebbe, allora, solo una tragica fatalità biografica, ma il segno tangibile di una verità rimasta nell’ombra, forse troppo pericolosa per essere svelata.
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Il cold case di Dickens: The Mystery of Edwin Drood
Un romanzo senza finale, un delitto senza colpevole, un autore che muore prima di rivelare la verità: The Mystery of Edwin Drood è forse il più celebre cold case della letteratura inglese. Ma ci sono storie che continuano a vivere proprio perché non si chiudono. E se il vero enigma di questo libro non fosse soltanto “Chi ha ucciso Edwin?”, ma il romanzo stesso? E ancora “Che tipo di storia stava costruendo Dickens e dove avrebbe dovuto condurci?” Da oltre un secolo questo romanzo non smette di far parlare di sé: lettori, critici e scrittori ne inseguono gli indizi, interpretano i silenzi ed inventano finali, trasformandolo in un campo di gioco infinito di ipotesi e riscritture. Ecco perché il vero protagonista di questa storia – e del nostro articolo – non è un personaggio, ma un’assenza: l’incompiutezza.

Sappiamo da John Forster, amico e biografo ufficiale di Dickens, che lo scrittore gli aveva confidato di aver previsto un colpo di scena anche per Edwin, come in tutti i suoi romanzi precedenti basati sulla suspense seriale e sul dialogo con il pubblico. Nell’Inghilterra dell’Ottocento il romanzo era spesso un racconto “in diretta”: piuttosto che uscire subito come libro, arrivava in instalments, a episodi, su riviste e fascicoli che poi finivano nelle circulating libraries, una sorta di biblioteca in abbonamento dove lo stesso volume veniva preso, restituito e passato rapidamente da un lettore all’altro. Questo circuito creava un termometro immediato del successo: se una storia prendeva, lo si vedeva subito; se un personaggio conquistava il pubblico, poteva guadagnare spazio; se l’attenzione calava, bisognava rialzare la tensione. Dickens era maestro in questo: costruiva trame piene di attese e svolte proprio perché scriveva sapendo che, mese dopo mese, il pubblico lo stava “seguendo”. E all’interno di questo sistema entrava in gioco anche il publisher/editor (nell’Inghilterra vittoriana queste due figure coincidevano) che non si limitava a stampare, ma correggeva, guidava, suggeriva, mediava affinché tutto funzionasse sul mercato. Con Edwin Drood, però, questa macchina si inceppa di colpo: Dickens muore a metà strada (erano pianificate dodici puntate da aprile a settembre, ma ne uscirono solo sei).

L’opera rimane sospesa. Di solito, in un romanzo giallo o di mistero, abbiamo un enigma e alla fine arriva la soluzione: il lettore scopre la verità. In Edwin Drood, invece, la rivelazione non si compie: “Edwin è morto?”, “Chi è l’assassino?”, ma anche “Che tipo di storia è questa?” “Dove porta questo racconto?”. L’intera architettura del romanzo oscilla tra rivelazioni possibili e ambiguità persistenti, invitando il lettore a partecipare al gioco dell’interpretazione. La sua incompiutezza, dunque, smette di essere una semplice mancanza e diventa un modo di raccontare. Fin dalle prime pagine, il romanzo appare cupo, ambiguo, moralmente assente e più concentrato sul crimine e sull’inconscio. Nei romanzi precedenti Dickens tendeva a risolvere tutto con matrimoni, eredità e redenzioni; qui, invece, non solo domina una sospensione, ma si impone anche un’atmosfera “inquieta”. A questo proposito, è utile ed interessante richiamare il concetto di late style di Edward W. Said.
Edward Said, noto per Orientalism e Culture and Imperialism, ma anche per On Late Style, nota che le opere di alcuni scrittori negli ultimi anni della loro vita cambiano profondamente per tono e funzione. Giungendo alla fine del loro percorso, liberi dall’obbligo di piacere e compiacere, questi scrittori scelgono una parola più sciolta, più aspra, rinunciando così ad una armonia rassicurante: non ci sono riconciliazioni e i conflitti non si risolvono, ma restano aperti con fratture, tensioni e incompletezze. È una scrittura che non consola il lettore e non rimette ordine nel caos.

La mancanza di una chiusura in Edwin Drood, allora, non appare come un limite, ma come il segno di una distanza ormai definitiva dall’idea che il mondo sia ancora pacificabile. Un confronto con Shakespeare aiuta a capire meglio questa frattura.
The Tempest, di W. Shakespeare è tradizionalmente interpretato come il farewell play, l’opera del commiato. Qui Prospero rinuncia alla magia, perdona i nemici, ricompone i conflitti e ristabilisce l’ordine: la vicenda si chiude sotto il segno della riconciliazione, sia sul piano narrativo sia su quello simbolico, come se anche Shakespeare, artisticamente stanco e maturo, attraverso il suo protagonista, salutasse il teatro e il mondo in una forma pacificata. Edwin Drood è, invece, il punto in cui Dickens non riesce più a riconciliare le contraddizioni della società vittoriana (rispettabilità e colpa, centro e margine, Inghilterra e Oriente), non perché muore, ma perché il mondo che racconta non è più pacificabile, non si lascia spiegare del tutto: il male non viene chiarito, l’identità resta divisa, la giustizia rimane sospesa.
A questo punto viene spontaneo sospettarlo: e se Dickens avesse lasciato il romanzo incompiuto di proposito? No, non è così. Dickens morì effettivamente quando il romanzo era giunto circa a metà, senza lasciare indicazioni precise sul finale. Su questo non c’è discussione. Ed è proprio da questa certezza che parte il lavoro di noi insegnanti, critici e lettori: noi non diciamo che Dickens voleva l’incompletezza, ma che l’incompletezza produce un significato.
È una distinzione cruciale: intenzione dell’autore ≠ significato dell’opera.
Edwin Drood è diverso dagli altri romanzi di Dickens già prima che si interrompa, perché qui troviamo un protagonista ambiguo come Jasper, un crimine non mostrato, un narratore che non guida moralmente e un’atmosfera cupa e ossessiva, segnata da oppio, allucinazione e sdoppiamento. Il romanzo è dunque strutturalmente instabile: anche se fosse stato concluso, sarebbe stato il Dickens più oscuro e problematico. Questo è un dato testuale, non un’ipotesi psicologica. Perciò non diciamo “Dickens ha voluto lasciare il mondo senza risposta”, ma piuttosto: “L’ultimo Dickens non riesce più a raccontare il mondo come prima”.
Ed è proprio da questa crisi del racconto che emerge un altro grande tema: il doppio. Edwin Drood diventa una riflessione inquietante sull’identità divisa, anticipando una linea di pensiero che vede nell’uomo una creatura scissa, attraversata da forze opposte. In Stevenson (1886) la scissione si manifesta nella doppia personalità di Jekyll e Hyde, secondo l’idea che “man is not truly one but trulytwo”; in Wilde nel contrasto tra volto pubblico e identità segreta di Dorian Gray (1890) “Each sin that I commit I will throw upon it, and the picture will bear the burden.”; in Dickens essa prende la forma più quotidiana e inquietante della doppia vita. Jasper ne è l’emblema: rispettabile choirmaster di giorno e frequentatore delle opium dens (fumerie d’oppio) di notte. Attraverso di lui, l’oppio, la notte, l’inconscio e l’Oriente filtrano nel cuore stesso della cattedrale di Cloisterham (dove cloister rimanda al claustrum, lo spazio chiuso).
Ed è qui che il discorso diventa profondamente “saidiano”: l’Altro non è fuori dall’Inghilterra, ma dentro di essa, come una presenza interna che incrina la rispettabilità dall’interno. In fondo, questi testi convergono tutti su una stessa verità: “the (d)evil is inside”. A ribadirlo con forza sarà anche William Golding nella sua famosa formula sull’uomo: “Man produces evil as bees produce honey.”, (il male non proviene dall’esterno ma nasce spontaneamente dall’uomo stesso).
Concludendo, l’incompiutezza di The Mistery of Edwin Drood non è solo la condizione materiale di questo romanzo, ma il suo vero significato: la storia rimane aperta perché racconta un mondo che non si lascia più ricomporre ed un uomo che non è più uno, ma diviso. Il mistero non si chiude perché non riguarda soltanto un delitto, ma l’identità stessa dei personaggi e la possibilità di distinguere il bene dal male. Così il romanzo continua a parlarci proprio attraverso ciò che gli manca: un finale, una verità unica, una riconciliazione. Nell’ombra lasciata dall’incompiutezza e nel gioco inquietante del doppio, Dickens consegna al lettore un enigma che non chiede soluzione, ma interpretazione.

C.Dickens, Il Mistero di Edwin Drood (1870), Mondadori 2025
C.Fruttero e F.Lucentini, La Verità sul Caso D., Einaudi 2014
M.Pearl, Il Ladro di Libri Incompiuti, Rizzoli 2010
E.Said, On Late Style: Music and Literature against the Grain, Doubleday 2007

