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Arriva l’Apocalisse e si chiama Captain Trips S.King, The Stand (1978)

Per molto tempo – dieci anni – ho desiderato

scrivere un fantasy epico come Il Signore degli Anelli,

ma con un’ambientazione americana

(S.King) 

Per quanto lungo, è uno dei tre o quattro romanzi migliori

da leggere come introduzione

allo stile, alle tecniche e al puro talento narrativo di King

(M.Collings, The S.K Companion)

Questa gente ha fatto un sogno che l’ha terrorizzata

e uno che l’ha fatta sentire rassicurata e in salvo

(Glen Bateman)

Più noto in Italia come L’ombra dello scorpione, The Stand è stato riproposto al pubblico recentemente dalla casa editrice Bompiani nella sua versione originale, circa milletrecento pagine, quattrocento (a occhio) in più rispetto a quelle imposte (“per questioni di contabilità”) dall’editore americano di King quando il libro uscì nel 1978. Dopo It, The Stand è il libro più venduto del Re, quello con il maggior numero di personaggi, con un’ambientazione insolitamente ampia che spazia dal New England a Los Angeles passando per il Midwest (reale e inventato) e quello meno ascrivibile ad un genere, considerato che inizia con un’ipotesi fanta-politica (la distruzione di quasi tutto il genere umano a causa di un virus prodotto dai militari) per passare poi ad un registro fantasy (i sogni dei sopravvissuti e i poteri sovrannaturali dei due antagonisti) che non esclude riflessioni di ordine politico, filosofico e, soprattutto, etico-morale in cui abbondano le citazioni e i riferimenti biblici. King attinge a tutta la sua ampia esperienza di lettore per dare vita a quello che forse rimane il suo lavoro più ambizioso: dal Melville di Moby Dick al Paradise Lost di Milton passando attraverso l’immancabile Lovecraft, Hawthorne, Tolkien e fino a Poe, Orwell e il Golding de Il Signore delle mosche.

Romanzone catastrofico, post-apocalittico e corale, The Stand è un the day after che King immagina verificarsi tra il ’90 e il ‘91 a seguito di un’epidemia (chiamata “Captain Trips”) causata da un virus mutante dell’influenza prodotto in laboratorio dai militari americani: il morbo ha un tasso di infettività e mortalità altissimi, la quasi totalità della razza umana scompare e in America i pochi sopravvissuti si aggregano attorno a due personaggi dotati di poteri sovrannaturali e sciamanici, incarnazioni del Bene e del Male, rispettivamente Mother Abagail Freemantle e Randall Flagg (quest’ultimo ben noto ai lettori della saga della Torre Nera). I due gruppi, in realtà, non si incontrano mai (la comunità di Mother Abagail si trova a Boulder nel Colorado, quella di Flagg in Nevada a Las Vegas) ma i membri di ognuno di essi sono a conoscenza dell’esistenza dell’altro gruppo a causa dei sogni ricorrenti che fanno nei quali compaiono i due leader spirituali e contrapposti, una donna di colore di 108 anni e un uomo misterioso dagli occhi di brace (l’Uomo che Cammina, una sorta di Signore Oscuro che ricorda il Sauron del Signore degli Anelli).

A Boulder (la “Zona Libera”) si cerca di ricostruire una parvenza di società democratica, a Las Vegas la comunità è tenuta insieme dal terrore che Flagg, con i suoi poteri telepatici, ispira alla pletora di delinquenti, psicopatici e disperati che ha attratto a sé; attorno a Mother Abigail ci sono donne e uomini che danno vita ad una democrazia diretta all’insegna del rispetto della Costituzione americana mentre Randall Flagg opta per una sorta di “tecnocrazia” (vuole rimettere in funzione non solo la rete elettrica ma anche tutte le armi convenzionali e atomiche rimaste incustodite) totalitaria, fanatica e sanguinaria (Flagg non esita e ricorrere alla tortura e alla crocifissione come forme di punizione all’interno del suo gruppo). Ognuna delle due parti riconosce l’altra come un potenziale ostacolo per la sopravvivenza del proprio progetto “politico” volto alla rinascita della civiltà in un mondo dove non c’è più alcun ordine a seguito dell’improvvisa estinzione di massa; un mondo sprofondato nello stato di natura hobbesiano a cui ridarà una parvenza di significato quella tra le due possibili “interpretazioni” della vita associata che avrà la meglio sull’altra: il Bene o il Male. Sono una quindicina i personaggi che si affollano nelle pagine di The Stand, mai trattati superficialmente dal Re ma tutti con una loro fisionomia e psicologia ben delineate: da una parte troviamo Stu Redmann, leader suo malgrado del popolo di Boulder; la sua compagna Frannie, incinta e terrorizzata che il nascituro possa soccombere all’influenza; il sociologo Glen “Testapelata” Bateman, conoscitore delle dinamiche di gruppo; Tom Cullen, un uomo mite e disponibile, affetto da ritardo mentale; dall’altra, il piromane-bombarolo Donald “Pattume” Elbert, il delinquente Henreid, l’ex funzionario della polizia Dorgan. Inevitabile lo showdown finale, che avviene a distanza e innescato da chi meno te l’aspetti; e anche stavolta, il Bene trionfa.

King dichiarò di avere scritto il romanzo sotto l’impulso irrefrenabile che gli veniva dall’immaginare l’intero e consolidato processo di civilizzazione e aggregazione sociale spazzato via in un solo colpo: Sì, gente, in L’ombra dello scorpione io ebbi la possibilità di fare piazza pulita dell’intera razza umana, e fu proprio divertente! Al di là del tema apocalittico, il libro vuole essere soprattutto un libro di speranza che celebra il coraggio, la forza di volontà, il desiderio insopprimibile di dare vita a un mondo fatto di amicizia e amore quando tutto sembra ormai perduto. Le donne e gli uomini di Boulder ci provano, soffrono, muoiono, rinascono: contro ogni forma di nichilismo, all’autenticamente umano è sempre data un’altra possibilità.

Lucio Celot

Stephen King, The Stand. L’ombra dello scorpione, Bompiani 2021

 

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