Otto Marzo
di Miriam Perrone 4A
Potrei scrivere del famoso monologo “Una donna sola” di Franca Rame e Dario Fo, di nuovo in scena in questi giorni e di quanto risuoni attuale, nonostante siano passati quasi cinquant’anni di storia dalla prima stesura, e di come la donna abbia compiuto passi lunghi come quelli del gatto con gli stivali, passi così lunghi che talvolta invece di portare lontano ed evolvere, sorprendentemente tornano su sé stessi ed involvono il percorso.
Potrei interessarmi al ’68 e al femminismo e di come le donne, lottando per le proprie rivendicazioni, abbiano finalmente cominciato ad occupare il loro spazio e di come il cammino per l’emancipazione sia ancora lungo e irto di ostacoli, alcuni apparentemente insormontabili per cecità sessiste, altri per assenza di lungimiranza di gruppo.
Potrei continuare la polemica sull’irrisoria quota rosa all’ultimo festival di Sanremo, il 76esimo, e su come la mancanza di voci femminili forti e chiare potrebbe essere lettura di un segnale di crisi nella società dei ruoli che formiamo e che siamo.
Potrei interrogarmi sulle reali possibilità che oggi vengono date ad una donna, se le battaglie finora affrontate e le conquiste raggiunte, siano sufficienti, se portino eredità difficili o rotture definitive, in ambito sociale, politico, legislativo.
Potrei affrontare il tema della violenza e dei femminicidi e nominare solo qualche nome nel mare magnum delle vittime, per non dimenticare, per non dimenticarle, per non assuefarsi alle leggi non scritte per le quali le donne non possono e non devono avere lo sguardo fiero di sentirsi esseri pensanti, capaci di volontà e indipendenze, capaci di scegliere e di poter dire anche “No” con determinazione e per questo essere rispettate come persone.
Potrei seguire la suggestione di uno dei titoli dei tanti libri, ad esempio quello di Aldo Cazzullo “Le donne erediteranno la terra” per riflettere su dove sta andando questa terra che l’essere disumano abita e sul fatto che per salvare il mondo ci sia bisogno dell’apporto costante della presenza femminile, così come per ritrovare la fede, perché, come diceva Papa Francesco, la chiesa è donna.
Potrei analizzare il nostro linguaggio che già così si presenta come sostantivo maschile e continua ad esprimersi al maschile anche laddove si richiederebbe una specifica al femminile. Ad esempio il direttore d’orchestra difficilmente si declina in direttrice, a meno di una richiesta dell’interessata e così pure il pilota resta al maschile pur se c’è una donna a pilotare.
Discorso analogo riguardo ai vari ruoli e cariche ricoperti per tanto tempo da uomini ma che oggi sono di competenza anche femminile.
Potrei citare la velocità sull’asfalto, dove il termine “ingegnere di pista” fatica ancora a declinarsi al femminile. Eppure, le eccellenze non mancano: da Laura Müller, prima donna in Formula 1 a ricoprire questo ruolo nel 2025, ad Hannah Schmitz, stratega Red Bull. La loro impronta è stata così netta da meritare l’intitolazione di una curva a Melbourne (Australia) nel 2026. Un omaggio previsto proprio per la domenica 8 marzo, la prima di campionato, trasformando il giorno di gara in un simbolo costante di riconoscimento, oltre il genere.
Potrei, a questo punto, menzionare le donne Ceo a capo di molte aziende leader, o le Startupper imprenditrici che innovano in settori tech, digital health e sostenibilità, superando le sfide di genere e puntando a un’imprenditorialità ad alto profilo, dove il valore aggiunto è il competente sguardo femminile.
Potrei scrivere i nomi di tutte quelle donne che in un ambito o in un altro hanno fatto la storia, hanno fatto la differenza con grande sorpresa di quegli uomini che non ci avrebbero scommesso nulla perché nulle erano le aspettative.
Eppure tutti questi nomi, tutte queste conquiste, tutte queste battaglie vinte per occupare il proprio posto alla luce del sole senza doversi scusare per occuparlo, non sono sufficienti. Non sono abbastanza se ad oggi esistono ancora le spose bambine, se si pratica ancora l’infibulazione, se esiste la segregazione, la lapidazione, la mutilazione, la discriminazione di genere anche nelle società acculturate e civilizzate in cui, a parità di merito e di carica, le retribuzioni sono al ribasso per la donna alla quale si richiedono ancora prestazioni sessuali per gli avanzamenti di carriera.
Potrei stupire per le vicende di violenza efferata che vedono protagoniste proprio le donne, come se queste non fossero in grado di concepire il male e di compierlo, o di macchiarsi di atti sanguinari, come se il lato oscuro fosse esclusivo appannaggio degli uomini.
Anche le donne sanno essere.
Anche le donne sanno essere tempesta e polvere, sanno abitare il fango delle umiliazioni e trasformarlo in pigmento eterno.
Anche le donne sanno essere feroci, come Medea o Griselda Blanco.
Una ferocia che non è retaggio culturale come per gli uomini, ma a volte è per vendetta o per delirio di onnipotenza o anche per emulazione verso i colleghi maschi che in tal modo si ergono a exempla negativi.
Potrei analizzare le campagne pubblicitarie in cui soggetti femminili, si emancipano attraverso la loro sessualità con sensualità ed ammiccamenti espliciti proponendo prototipi di bellezza sempre in bilico tra essere-poter essere-dover essere, tra canoni opinabili del desiderio e finte libertà.
Potrei argomentare della maternità, biologica, surrogata, cercata, voluta, desiderata, negata fino ad arrivare al distopico ” il racconto dell’”ancella” e della mercificazione del sé e finanche dell’idea del sé, e di quella stirpe umana nata per amore.
Potrei portare il focus su tanto altro ancora…
Potrei…
Ma se dovessi dare un volto a questo ‘potrei’, scelgo quello di Artemisia Gentileschi. Non un’icona da santino laico, ma carne viva che attraversa il fango del Seicento. Non scelgo la sua Giuditta che taglia la gola a Oloferne — gesto di vendetta fin troppo esplicito — ma il suo “Autoritratto come allegoria della Pittura“.
Guardatela. Non è in posa per compiacerci; non ci regala lo sguardo languido delle muse create dal pennello maschile. È di schiena, il busto piegato sotto il peso di un’idea che si fa muscolo. I capelli sono ciocche ribelli che scappano come pensieri che non si lasciano recintare. È sporca di colore, è sudata, è immersa nel fare.
In quel quadro, Artemisia compie il furto più sacro: sottrae l’idea della “Pittura” al mondo delle astrazioni per riportarla nel corpo. Mentre i trattatisti del tempo dicevano che la Pittura era una donna bellissima e muta, lei risponde col sudore e la tensione dei tendini: “La pittura sono io”. È un braccio
che impugna il pennello come fosse un bisturi per scorticare il pregiudizio. Lei non aspetta che il linguaggio la declini al femminile; lei si impone nel mondo come un verbo all’infinito.
È qui che il cerchio si chiude. Artemisia è lo specchio di quei passi lunghi che a volte sembrano tornare indietro. Lei ha risposto ai femminicidi dell’anima con la ferocia della luce che squarcia l’ombra. Filosoficamente, lei è l’Ananke greca, la Necessità primordiale. È il rifiuto di essere “oggetto” dello sguardo altrui per diventare “soggetto” della propria visione.
Perché alla fine, tra un “potrei” e l’altro, resta solo la tela bianca della nostra vita, una tela che aspetta di essere riempita.
Resta la tela. Resta il sudore. Resta quel braccio teso che non cerca approvazione, ma verità. Tra i mille ‘potrei’ che affollano la cronaca e la storia, l’unica risposta possibile abita in quel gesto di rottura. Non siamo più disposte a essere il quadro dipinto da altri. Oggi, e ogni giorno, siamo la mano, il colore e lo sguardo.
E tra le ombre di un tempo che ancora morde, ogni donna è chiamata a scrivere il proprio verbo. Non più come musa muta, idealizzata, ma come mano che impugna il destino, avendo finalmente il coraggio di occupare lo spazio del mondo, sporcandosi le mani di vita, finché l’atto di creare e l’atto di esistere non siano respiro…
Fino a quando entrambe non diventino, semplicemente, il respiro di ogni donna.
-Miriam Perrone-

