Un rocambolesco Timi spiazza il pubblico con il suo Amleto “al quadrato”
di Giulia Gallo (VG)
Domenica 7 dicembre la nostra classe, accompagnata dalla prof.ssa Daniela Visone, ha assistito a
Amleto2, lo spettacolo scritto, diretto e interpretato da Filippo Timi. Mi aspettavo una rappresentazione
tradizionale e piuttosto seria del celebre dramma shakespeariano, ma fin dai primi minuti ho capito che
l’intenzione dell’autore era completamente diversa: non una semplice riproduzione del testo originale, ma
una vera e propria reinvenzione, in cui ironia, linguaggio contemporaneo e immagini surreali si fondono
con i temi eterni dell’opera.
Questa recensione ripercorre brevemente la figura di Timi, il nucleo dell’Amleto di Shakespeare e,
soprattutto, la peculiare scrittura scenica che dà forma al suo Amleto2.
Filippo Timi, nato a Perugia, è uno degli attori più originali del panorama teatrale italiano contemporaneo.
Ha lavorato come attore, regista e scrittore, distinguendosi per un linguaggio scenico fortemente fisico,
visionario e spesso provocatorio. Nonostante alcune difficoltà personali — come un lieve balbettio e
problemi di vista — Timi ha saputo trasformare la vulnerabilità in cifra artistica, costruendo personaggi
intensi, eccessivi, fragili e al tempo stesso potentissimi.
A teatro ha portato numerosi spettacoli di successo, mentre al cinema ha lavorato anche accanto a registi
riconosciuti a livello internazionale, come Marco Bellocchio (Buongiorno, notte), Ferzan Özpetek (Saturno
contro) e Sergio Castellitto (Non ti muovere), e con registi teatrali di fama mondiale come Robert Wilson.
Amleto2, già rappresentato in diversi anni e più volte rivisitato, è uno dei lavori che meglio riflettono la sua
estetica: irriverente, emotiva e profondamente personale.
L’Amleto di Shakespeare è considerato una delle tragedie più complesse della letteratura occidentale. La
trama ruota attorno alla morte del re di Danimarca, assassinato dal fratello Claudio, che gli usurpa il trono
e sposa in fretta la regina vedova, Gertrude. Lo spettro del re ucciso appare al giovane principe Amleto e
gli rivela la verità, chiedendogli vendetta. Amleto accetta, ma la sua indole riflessiva lo porta a dubitare, a
esitare e a rimandare continuamente l’azione. Per confondere la corte si finge folle; nel frattempo, tutti
credono che la sua inquietudine sia causata dall’amore per Ofelia, figlia di Polonio. Per verificare la
colpevolezza dello zio, Amleto organizza una rappresentazione teatrale che riproduce l’assassinio:
Claudio reagisce con evidente turbamento, confermando i sospetti. Da qui la tragedia precipita: Amleto
uccide per errore Polonio, viene mandato in Inghilterra con Rosencrantz e Guildenstern — che moriranno
a causa di un ordine falsificato dallo stesso Amleto —, Ofelia impazzisce e affoga, e Laerte rientra dalla
Francia deciso a vendicare la morte del padre e della sorella.
Il re e Laerte preparano un duello-trappola con una spada avvelenata e una coppa di vino anch’essa
avvelenata. Durante il combattimento muoiono Gertrude, Laerte, Claudio e infine Amleto, che chiede
all’amico Orazio di raccontare la verità. L’arrivo finale di Fortebraccio ristabilisce un ordine ormai costruito
sulle macerie della tragedia. Oltre alla trama, l’Amleto resta vivo perché tocca temi che continuano a
parlarci anche oggi. È certamente una storia di vendetta, continuamente rimandata e frenata dai dubbi del
protagonista; ma è anche una storia d’amore, fragile e dolorosa, legata alla figura di Ofelia. Allo stesso
tempo è una lotta per il potere, in cui intrighi politici e ambizioni personali governano ogni gesto della
corte.

Un altro nodo fondamentale è il rapporto complesso tra madre e figlio, segnato da incomprensioni,
distacco e bisogno di affetto, che contribuisce alla crisi interiore di Amleto. Accanto a questi aspetti più
tradizionali, la critica moderna ha riflettuto anche su un’altra possibile interpretazione: la presunta
omosessualità di Amleto, legata al suo rapporto con Orazio. Il tono affettuoso, la fiducia assoluta e il ruolo
decisivo che Orazio ricopre nell’ultima scena hanno fatto pensare a un legame che potrebbe andare oltre
la semplice amicizia. Non c’è nulla di esplicito nel testo, ma questa lettura mette in luce quanto Amleto sia
un personaggio psicologicamente complesso, attraversato dal bisogno profondo di qualcuno che lo
comprenda e lo sostenga. È proprio grazie a questa ricchezza di interpretazioni che il dramma continua a
parlare anche alla sensibilità contemporanea, mostrando temi — amore, identità, potere, fragilità — che
ancora oggi appartengono alla nostra quotidianità.
La forza di Amleto2 sta nella sua rilettura radicale: Timi prende l’impianto tragico e lo trasforma in un
percorso teatrale in cui dramma e comicità si scontrano di continuo, creando un contrasto sorprendente e
assolutamente coinvolgente. L’elemento più evidente è la dimensione comica: Timi inserisce battute,
situazioni assurde e immagini volutamente sopra le righe. Il risultato non è una parodia, ma un modo
intelligente per far risaltare l’attualità del testo. Il personaggio di Gertrude, per esempio, assume toni
quasi materni-quotidiani: la regina non appare più come una figura regale e distante, ma come una madre
che dice al figlio di essere ormai grande e di doversi “fare una vita”. Questa scelta crea un effetto comico,
ma al tempo stesso sottolinea il conflitto profondo che percorre l’opera originale.
La scenografia gioca spesso con oggetti completamente fuori contesto: il gigantesco barattolo di Nutella,
o l’apparizione del Grande Puffo che conclude lo spettacolo con una danza improvvisa. Questi elementi,
che a prima vista sembrano solo surreali, in realtà creano un ponte fra l’immaginario pop di oggi e i temi
eterni della tragedia. Molto interessante è anche la divisione dello spazio scenico: una parte delle azioni
avviene dietro una sorta di “gabbia”, che dà l’idea di prigionia psicologica e di destino già scritto, mentre
altre scene si svolgono oltre il sipario, dove compaiono personaggi e immagini completamente diverse.
Tra queste spicca la soubrette che, con tono leggero e ironico, paragona le Barbie alla morte. Una
scena comica, sì, ma che allo stesso tempo invita a riflettere sulla superficialità con cui affrontiamo temi
profondi.
L’alternanza continua fra comicità, attualità e riferimenti alla tragedia permette allo spettatore di cogliere
quanto l’opera di Shakespeare sia ancora viva: il potere, la fragilità, il dolore e l’identità restano questioni
che appartengono anche alla società contemporanea. E forse è proprio per questo che, dopo più di
quattro secoli, l’Amleto continua a essere rappresentato e reinterpretato.
Amleto2 mi ha colpito per la sua scorrevolezza, l’ironia intelligente, la dinamicità delle scene e la capacità
di alternare momenti comici a riflessioni profonde. È uno spettacolo vivo, imprevedibile e divertente, che
mi ha fatto apprezzare ancora di più l’attualità dell’Amleto e la creatività con cui il teatro può reinventare i
classici. Nonostante le libertà prese da Timi, il risultato non tradisce Shakespeare: lo rinnova, lo provoca
e continua a farlo parlare al presente.



Bravissima, Giulia. E’ questo quello che intendo quando dico che il Pansini deve formare “teste pensanti”: alunni che riflettono, si interessano, colgono i collegamenti tra antico e moderno, costruiscono ipotesi ed opinioni. E’ di questo che abbiamo bisogno. Continua così.