Mostri, Bambini e serie tv. Rileggere “It” dopo “Twin Peaks” e “Stranger Things”
S.King, It (1986)

È qui da sempre, dal principio del tempo… da prima che ci fossero gli esseri umani.
(Mike)
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Non commettete l’errore di sottovalutare Stephen King
(Nicola Lagioia)
It, un addio all’infanzia.
Milleduecentotrentotto pagine, sette protagonisti, ventisette anni l’estensione temporale della storia, venti milioni le copie vendute in tutto il mondo: i numeri intimoriscono, e sono quelli del romanzo che più di tutti gli altri rappresenta Sua-Maestà-Il-Re, senza dubbio l’opus magnum di una vita, la summa della King-poetica sui due temi fondamentali dello scrittore di Bangor, Mostri e Bambini. It è un’epica colossale, il Fedele Lettore sa bene che dopo quel romanzo Il Re ha abbandonato Licantropi, Vampiri & co. per dedicarsi ai mostri interiori, quelli tutti umani ben più inquietanti di Pennywise il Clown. It è un atto conclusivo, è l’addio alla narrativa che per i primi dodici anni della sua carriera hanno visto King scrivere di infanzia e di mitizzazione dell’età adulta: i sette ragazzini di Derry, diventati adulti, sconfiggono definitivamente il Mostro e possono fare – finalmente – il passo definitivo verso la maturità.
Rileggere il capolavoro di King quarant’anni dopo la sua uscita significa comprendere quanto la storia dei Perdenti (anzi, degli Sfigati, i Losers) abbia intriso di sé tutto l’immaginario pop degli ultimi decenni e in particolare la nuova forma-romanzo (con buona pace dei puristi della letteratura) costituita dalle serie tv. La complex-tv (per usare la fortunata espressione di Jason Mittell) ha attinto a piene mani, consapevolmente o no, ai due pilastri della poetica kinghiana, 1) quella del Male che si annida nell’apparente immobilità della provincia americana (la critica alla borghese, ipocrita e spesso pruriginosa “utopia suburbana”) e 2) quella dell’infanzia costretta ad autodeterminarsi in reazione all’assenza/insufficienza dell’istanza genitoriale. Ovvero, Twin Peaks di David Lynch e Mark Frost e Stranger Things dei Duffer Bros.
Dimensioni sotterranee, epifanie del Male.
Guardiamo con attenzione la sequenza che apre Velluto Blu di David Lynch, uscito nelle sale lo stesso anno di pubblicazione di It, esattamente quarant’anni fa (1986):
siamo di fronte a un’autentica dichiarazione di poetica del regista che mette in discussione la calma rassicurante del quadretto familiare non solo con il malore che colpisce l’uomo ma anche con il progressivo spostamento della mdp che dal livello del prato penetra nel folto dell’erba per mostrare una massa disturbante di insetti brulicanti. Questa “poetica dell’oltrepassamento” dell’orizzonte abituale verso un allargamento del pensiero e dell’immaginazione viene poi sviluppata a pieno da Lynch nei trenta episodi di Twin Peaks (1990-1991), la serie “madre” della televisione seriale che, proprio come It, mette in scena un Male che proviene da una dimensione “altra” (lo spazio siderale nel caso del romanzo, la Loggia Nera nei boschi di Twin Peaks). Il mistero dell’assassinio di Laura Palmer, il personaggio “raggiante in superficie ma con la morte dentro”, viene risolto appena all’inizio della seconda stagione a causa dell’insistenza della produzione televisiva che subiva le pressioni del pubblico, ma ciò che interessava davvero Lynch era, appunto, la riflessione sul Male, un Male per così dire annidato nel casalingo, nella dimensione del quotidiano e dell’ordinario: da cui gli episodi successivi a quello dello svelamento dell’omicida, volti ad allargare la prospettiva in una direzione più “metafisica”, rappresentata dalla misteriosa Loggia Nera e dalla Red Room, la Stanza Rossa, il “cuore nero” di tutta la storia scritta da Lynch e Mark Frost.
Esattamente come nelle fogne di Derry, anche nei boschi attorno a Twin Peaks si aggira qualcosa di malvagio “che assume forme diverse ma è qui da tempo immemorabile”: come sanno bene i lettori di King, anche It è un’entità di per sé irrappresentabile in quanto del tutto Altra rispetto alle umane capacità percettive e razionali. Pur manifestandosi perlopiù come Pennywise il Clown per attirare più facilmente a sé i bambini di cui si nutre, It appare a ognuno dei sette piccoli protagonisti in forme sempre diverse, come incarnazione delle loro rispettive paure e ossessioni (il lebbroso, l’enorme corvo, il fantasma di Georgie, il lupo mannaro, il ragno gigante); allo stesso modo, killer BOB, “astrazione in forma umana” delle entità boschive di Twin Peaks, si impossessa e prende la “forma” prima di Leland Palmer e poi, nell’ultima sequenza della serie, dello stesso Dale Cooper, l’agente speciale dell’FBI incaricato di risolvere (con metodi, in verità, assai poco ortodossi) l’omicidio di Laura Palmer.
E che cos’è il Sottosopra immaginato dai fratelli Duffer, se non il “lato oscuro” di Hawkins che, come avviene per Pennywise il Clown, prende corpo nell’orribile figura di Vecna, rapitore di bambini e portatore del Male cosmico attraverso i varchi che dividono il nostro mondo dall’upside down? Luogo lovecraftiano (il “solitario di Providence” è, assieme a Spielberg e King, uno dei padri putativi della serie), universo parallelo, realtà rovesciata e malvagia, oscurità psichica, qualunque cosa sia il Sottosopra, il Manuale dei Mostri di Dungeons&Dragons lo descrive molto bene: Una dimensione che è un riflesso oscuro e un’eco del nostro mondo. È un luogo di decadimento e morte. Un luogo fuori fase. Un luogo di mostri. È proprio accanto a voi e non riuscite a vederlo. È il “perturbante” freudiano, il familiare che si fa minaccioso: stessa planimetria e stesse strutture di Hawkins, solo che è tutto in bianco e nero e non ci vive nessuno (a parte Demogorgoni, viscidi rampicanti e spore tossiche), città ctonia e gemella che scivola e sfuma nell’altra, quella alla luce, proprio come Derry è il Sopra di un Sotto marcio e mefitico in cui It vive alternando cicli di veglia e sonno lunghi ventisette anni, al termine dei quali si risveglia piuttosto affamato. La casa, insegna Freud, è il luogo perturbante per definizione; le sue mura difendono ma anche nascondono: Will Byers per tutta la prima stagione di Stranger Things è nella casa e allo stesso tempo è altrove; e la casa al 29 di Neibolt Street a Derry è il varco di congiunzione tra il Sopra e il Sotto, covo e trappola di Pennywise, fatiscente e inestricabile cordone ombelicale che lega lui e i sette losers fino allo scioglimento finale. In entrambi i casi, serie tv e romanzo, il Sotto-del-Sopra è strano, inspiegabile e dissonante rispetto all’esistenza ordinaria: dunque, fa paura.
E poi: che dire dei “tunnel temporali” che attraversano il sottosuolo della cittadina di Winden nella serie tedesca Dark? e del cimitero indiano sotto le fondamenta dell’Overlook Hotel di Shining? delle caverne – altra dimensione ctonia – dove si rifugia l’Outsider, l’essere mutaforma dell’omonimo romanzo (e serie tv) di King? Il raccapriccio del Sottosopra si riveste, anch’esso come It, di mutevoli e molteplici forme.
(P)ersonaggio (C)ollettivo (B)ambino: ovvero, si vince (e si cresce) solo Insieme.
Ora, sarà anche vero che i mostri non esistono ma la nostra paura dei mostri sì; e per averne paura bisogna avere fede nella loro esistenza (come scrive qui Giorgio Fontana); e per avere questa fede, bisogna essere bambini.
King è un grande narratore dell’infanzia, le sue storie sono spesso storie di bambini e preadolescenti, di infanzia negata, di genitori-mostri (tra tutti, il Jack Torrance di Shining) e di famiglie assenti, impotenti e incapaci di difendere i propri figli dall’irruzione del Male. It è la silloge di questa poetica (che King condivide con Spielberg) che trova poi nel brat pack, nella “banda di monelli”, la risposta all’assenza delle figure genitoriali. I sette protagonisti di It – nominiamoli tutti: Bill, Mike, Stan, Ben, Beverly, Eddie e Richie – si autodefiniscono losers, perdenti, sfigati; sono costantemente bullizzati dal gruppo di Henry Bowers e alcuni di loro, soprattutto Bill e Beverly, vivono situazioni familiari problematiche e particolarmente tese. Da soli, vengono presi di mira dalle epifanie di It che li terrorizza assumendo le vesti delle loro più ancestrali paure; in gruppo, riescono prima a ferire e poi, ventisette anni dopo, a uccidere definitivamente la malvagia entità. I sette, in altri termini, sono costretti ad autodeterminarsi rapidamente, a diventare autosufficienti, a trovare una risposta, urgente e inconscia, alla mancanza di senso di responsabilità dei genitori: l’amicizia, il legame forte, la protezione reciproca. Quello che gli adulti non riescono a fare, lo fa il P.C.B., il personaggio collettivo bambino, un’entità collettiva, un’unità autonoma che funge da protagonista della storia che è narrazione di un rito di passaggio e maturazione reso necessario dal bisogno di autodifesa.
Stranger Things, che in It, così come in The Body (il racconto di King poi diventato Stand by me, il film di Reiner) e in E.T. trova i fondamenti della propria poetica, mette in scena un altro brat pack di losers – Mike, Dustin, Lucas, Will, che sono anche nerds (un’aggravante!) capaci di giocare per dieci ore a D&D e che decidono, insieme a Max (anche lei, come Bev, con i capelli rossi), di proteggere “l’alieno” Undici, così come il piccolo Elliot e i suoi amici avevano salvato E.T. E lo fanno con i mezzi a loro disposizione, con le biciclette e la tecnologia degli anni ’80 che ancora non conosceva né internet né i cellulari (come a dire: se ti trovi nei guai, non puoi chiamare nessuno, al massimo usi un walkie-talkie sperando che la batteria sia carica); lo fanno, soprattutto, diventando un gruppo coeso. Contro la violenza verbale, psicologica e fisica perpetrata da compagni di scuola, fratellastri e padri con inclinazioni incestuose, per non parlare delle madri iperprotettive e patofobiche, i due P.C.B. reagiscono alla trascuratezza che erode i doveri familiari, vincono le rispettive guerre contro il Male e attraversano la linea d’ombra che li separa dalla maturità. Il Club dei Perdenti ha smesso di essere il Club delle Femminucce…
Lucio Celot (www.lestoriecherestano.it)
Così medita talvolta Bill Denbrough
svegliandosi il mattino di buon’ora dopo avere sognato,
quando quasi ricorda la sua infanzia
e gli amici con cui l’ha vissuta.
S.King, It, Sperling & Kupfer 2019
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Su Twin Peaks:
R.Manzocco, TP. David Lynch e la filosofia. La Loggia Nera, la Garmonbozia e altri enigmi metafisici, Mimesis 2010;
M.Teti, TP. Narrazione multimediale ed esperienza di visione, Mimesis 2018;
AA.VV, 30 anni di TP, in “ElephantCastle”, laboratorio dell’immaginario, settembre 2020, integralmente disponibile in rete a questo url
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Su Stranger Things:
AA.VV., ST. Ricordi dal Sottosopra, Edizioni Estemporanee 2018;
AA.VV., La filosofia di ST, Mimesis 2022;
AA.VV., I segreti di ST, CUEPRESS 2023;
S.Pastorino, Filosofia di ST, il melangolo 2023

