Incontro con Carlo Alvino
di Roberta Turco( IIH)
Il 17 marzo scorso, nell’ambito delle iniziative legate al POC di Giornalismo, il Pansini ha avuto l’onore di ospitare Carlo Alvino, noto giornalista sportivo e volto storico del racconto calcistico napoletano. Da oltre quarant’anni segue con passione le vicende del Napoli, distinguendosi per il suo stile diretto e coinvolgente e per una profonda capacità comunicativa che lo ha reso un punto di riferimento per i tifosi.
Nel corso della sua carriera ha collaborato con importanti canali di informazione, tra cui Sky e Radio Kiss Kiss, fino ad approdare a CRC, dove continua a raccontare quotidianamente il mondo del calcio. Telecronista e comunicatore, Alvino ha attraversato le diverse fasi dell’evoluzione del giornalismo sportivo, adattandosi ai cambiamenti imposti dai nuovi media senza mai perdere la propria identità. Particolarmente legato alla figura di Diego Armando Maradona, che ha avuto modo di conoscere anche sul piano umano, ha raccontato momenti fondamentali della storia del Napoli, dagli anni del grande calcio fino ai successi più recenti. Da sempre attento al rapporto con il pubblico, soprattutto con i giovani, Alvino affianca all’attività giornalistica un costante dialogo con i tifosi, promuovendo un’informazione basata sulla passione e sul rispetto della verità.
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Alla domanda su come sia iniziato il suo percorso e se quello del giornalista sportivo fosse davvero il suo obiettivo, Carlo Alvino risponde con grande sincerità:
«Non c’era internet, non c’erano i social. Ho avuto una grande fortuna: ho sempre desiderato ardentemente diventare giornalista, e ci sono riuscito».
Un sogno coltivato con ostinazione, anche contro il volere della famiglia:
«Sono andato contro tutti, mia madre mi voleva subito impegnato con un posto fisso. Sono sempre stato molto testardo, ho rifiutato un lavoro alle Poste e anche un posto in banca, nonostante avessi superato il concorso».
Fin da giovane Alvino ha sentito il bisogno di comunicare agli altri ciò che provava: con una Olivetti 32 scriveva articoli sul Napoli, pagava di tasca propria le fotocopie e le distribuiva, cercando di farsi conoscere. Aveva creato una sorta di giornalino, “Mercoledì Sport”.
Un incontro significativo avviene con Luis Vinicio, grande ex del Napoli, conosciuto tramite il barbiere:
«Emozionatissimo gli consegnai il mio giornale. Mi chiese cosa volessi fare da grande e io risposi: il giornalista sportivo. Mi disse: coltiva la tua passione. Queste parole mi diedero una grande spinta».
Costretto a frequentare il liceo scientifico, preferisce il classico, ma lo studio era funzionale a un obiettivo preciso:
«Ero un secchione solo perché volevo l’abbonamento del Napoli, che era il premio per i buoni voti».
Un momento cardine è rappresentato dal registratore a bobine Geloso regalatogli dalla madre e dal nonno per la promozione:
«Mi mettevo davanti allo specchio e raccontavo per 90 minuti partite immaginarie. Quel registratore mi serviva unicamente per parlare da solo, riascoltarmi e correggere gli errori che commettevo nel fare la radiocronaca quelle partite finte».
A 16 anni inizia anche ad arbitrare, mentre poco dopo avvia una collaborazione con “Il Mattino” di Napoli. Si iscrive a Scienze Politiche, interrompe gli studi per il servizio militare e, una volta tornato, comprende definitivamente quale sia la sua strada.
Dopo diversi tentativi, si presenta ad Angelo Manna, ricevendo però una risposta scoraggiante:
«Mi dissero che era un lavoro difficile, che non si guadagnava bene e che non era fatto per me».
Nonostante ciò, Alvino non si arrende. Racconta alla madre una versione più incoraggiante dell’incontro e continua a cercare opportunità. La svolta arriva nel giugno del 1984, quando, con Nino Falco, racconta l’arrivo a Napoli di Diego Armando Maradona dal Barcellona.
Da quel momento, una carriera in costante crescita:
«Ho raccontato quattro scudetti del Napoli e una Coppa UEFA. Ho ancora voglia di fare questo mestiere, mi piace la competizione che mi ha sempre accompagnato, la voglia di raccontare la notizia prima degli altri. Tutt’oggi mi dà fastidio se qualcuno mi riferisce una notizia di cui non ero a conoscenza».
Negli ultimi anni, con l’avvento dei social, Alvino ridefinisce il proprio ruolo:
«Non mi definisco più un giornalista, ma un comunicatore».
Un cambiamento che porta con sé vantaggi e criticità:
«Dal punto di vista della comunicazione è migliorato tutto: le notizie circolano velocemente. Basta aprire i social e si possono scoprire tutte le informazioni in pochissimo tempo. Ma ci sono molte fake news: questo è il lato negativo, bisogna sempre verificare le fonti».
Il legame con Maradona è stato profondo, soprattutto sul piano umano:
«Molte volte ho preferito mantenere l’amicizia con lui piuttosto che dire certe cose e “vendermi”. C’è un confine tra vita privata e lavoro e, per mia volontà, io quel limite non l’ho mai superato».
«Faceva tanta beneficenza senza dirlo. Il Maradona uomo è stato superiore al Maradona calciatore».
Alla domanda su cosa raccontare quando il campionato si ferma, e se si debba inventare per continuare a intrattenere il pubblico, risponde:
«Ho tre ore di diretta quotidiana con i tifosi da tutto il mondo. C’è chi ha bisogno di inventare e chi no. Lo dico con un pizzico di presunzione, ma io faccio parte della seconda categoria».
Difende con forza la libertà di espressione:
«Se penso una cosa, la voglio dire. A CRC ho trovato questa possibilità. Non voglio che qualcuno mi dica che non posso esprimermi su un dato argomento. Rischio anche di perdere grandi ascoltatori perché devo fare il finto tonto alle loro domande».
Sui social, invece, ha adottato una linea chiara:
«Per non alimentare l’odio, blocco. All’inizio non avevo dimestichezza e rispondevo, adesso, se si superano certi limiti, blocco o mi rivolgo alla Polizia Postale».
Tra le telecronache più memorabili, cita una partita tra Cagliari e Napoli e una tra Juventus e Napoli:
«Quando segnò Ezequiel Lavezzi iniziai a urlare come un pazzo. Mi abbassai sotto un banchetto perché mi guardavano male, ma continuavo a urlare e nessuno capiva più da dove arrivasse il suono».
«Ricordo un’esperienza particolare legata a una finta telecronaca realizzata per uno scherzo. Mi fu chiesto di commentare una partita tra Juventus e Napoli come se fosse reale, senza però vederla. La gara risultava bloccata agli spettatori e gli venne detto che funzionava solo l’audio, allora raccontai il finto andamento del match. Simulai una vittoria del Napoli 2-1, coinvolgendo i tifosi all’ascolto, che iniziarono a esultare convinti del risultato. Il parcheggiatore non si spiegava il perché di tanta gente felice dato che il vero risultato era un pareggio 1-1».
Tra i modelli di riferimento, indica Luigi Necco:
«Dichiarò che potevo essere il suo erede naturale. Queste parole mi diedero la voglia di mettercela tutta».
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Alvino non si sottrae a giudizi netti.
Sugli arbitri:
«Credo che quelli italiani siano tra i più scarsi d’Europa. Questa classe arbitrale va rifatta. Questi arbitri sono arbitri che fanno danni. E poi: arbitra il direttore di gara o il Var? Si dovrebbe fare questa distinzione».
Sul miglior campionato:
«La Premier League: non hai mai certezze sul risultato, anche se gioca la prima in classifica contro l’ultima. Gli stadi sono tra i migliori al mondo».
Tra i giocatori del Napoli più sottovalutati cita Walter Gargano, mentre sull’exploit realizzativo di Dries Mertens e Marek Hamsik, capaci di superare Maradona, ammette:
«Non lo avrei mai immaginato. È stata una gioia immensa, soprattutto per Mertens reinventato centravanti da Sarri».
Quella di Carlo Alvino è una storia fatta di passione e sacrifici. Dalle partite immaginarie raccontate davanti allo specchio fino alle dirette con tifosi di tutto il mondo. È sempre il desiderio autentico di raccontare a distinguerlo dagli altri giornalisti sportivi.
«Per me, questo è il mestiere più bello del mondo».


