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Oltre il riflesso degli altri: cosa rimane davvero di noi?

di Miriam Perrone 4A

Esiste una sottile filigrana che lega il coraggio di un singolo alla memoria collettiva di un popolo, una linea invisibile che separa chi sceglie di vedere da chi accetta di essere guardato.
La libertà, nel suo senso più intimo e feroce, non è un’assenza di catene, ma la presenza costante di una scelta: quella di restare nudi di fronte alla verità, senza lo schermo protettivo dell’indifferenza o dell’algoritmo.

Recentemente, tra l’interessante mare magnum di iniziative extrascolastiche, nel pomeriggio del 20 aprile, ho avuto il privilegio di ascoltare due voci che quella libertà la masticano ogni giorno.
Paolo Siani, con la sua testimonianza che trasforma il dolore in eredità, accompagnato da Armando D’A lterio, che con la precisione del giurista e la passione dell’uomo ricorda come l’umiltà sia il primo, imprescindibile gradino per leggere la realtà senza la presunzione di anticiparla.

Da questi scambi emerge una verità nuda: la vita non regala nulla.
Ogni risultato è il frutto di empatia, della capacità di captare al volo anche un singolo sguardo, di elaborare il messaggio che un uomo esprime nel silenzio del suo sacrificio.
C’è un rumore che non è il battito di un cuore, eppure ne ha lo stesso ritmo ostinato, che non smette mai di battere, un ticchettio metallico che sfida il silenzio…
È il suono dei tasti di una macchina da scrivere, digitati di corsa, più veloci delle pallottole, in un tempo in cui le parole pesavano come piombo e il piombo serviva a metterle a tacere.
Quel ragazzo, con il vento tra i capelli e una Citroën Mehari che sembrava un giocattolo lanciato contro dei giganti di fango, non cercava il martirio.

Giancarlo cercava la dignità.
Cercava di capire dove finisse il mare e dove iniziasse la melma che risaliva dagli scarichi di una politica venduta al miglior offerente.

Una vita, un inno alla Libertà.

La Libertà di essere ciò che spesso si è costretti a non essere.
La Libertà di essere ciò che con una buona informazione si potrebbe essere.
La Libertà di poter scegliere se essere “un po’ e un po’” o se firmare il proprio nome sulla bilancia dell’Astrea.

La Libertà di essere ciò che siamo, anche quando restiamo nascosti da azioni affrettate e pregne di ingiusta violenza. È una libertà sparsa nel ricordo di qualche antica registrazione, quella voce mite conservata perché, dopotutto, è ciò che rimane. La ritroviamo in uno straccio di articolo dal titolo provocatorio quanto veritiero.

Vive nel ricordo di chi avrebbe voluto essere e che, non potendo, ha permesso a chi è come lui di non camminare mai solo. È la forza di far valere la propria voce laddove essa si spegne, tra la polvere alzata dalle macchine in corsa per la salvezza. Si scorge tra tracce di scarpe sciatte e confuse sulla reale strada da scegliere, una strada da percorrere con convinzione anche nella pioggia, quando il cielo si chiude sul punto di crollare.
Lì, non c’è altro che il riflesso dell’asfalto: il luogo dove le ingiustizie si consumano e i peccati sono bruciati vivi sulla pelle.

Una Libertà di chi non accetta il silenzio come moneta di scambio per la sopravvivenza.

Una Libertà di capire che il confine tra il bene e il male non è una linea tracciata sulla sabbia, ma una scelta quotidiana, consapevole e pericolosa, fatta di inchiostro che non si cancella e di domande che nessuno vorrebbe ascoltare e che, nella loro complessità, danno la forza di correre senza arrendevolezza anche quando inseguiti dall’abisso, ci si rifiuta di riflettervi dentro.
La stessa forza di chi cammina con la schiena dritta tra le rovine di una dignità svenduta, dove il rumore di una macchina da scrivere diventa più assordante e feroce di un colpo di pistola.

La Libertà di non arrendersi all’idea che “così vanno le cose”, di non farsi bastare la superficie di una verità accomodante, cucita su misura da chi, con una tale sporchezza d’animo, ne ha le mani ormai pulite.

Questa Libertà, oggi, appare come un reperto archeologico, eppure brucia ancora sotto la cenere di un’epoca moderna che ha scambiato la profondità con la visibilità.

Se Giancarlo Siani scriveva per svelare l’orrore nascosto nelle “bistecche piene di mazzette” di sindaci collusi, noi oggi viviamo in un Fortapàsc globale, dove l’assedio non è più solo geografico, ma mentale. Siamo circondati da “giornalisti-impiegati” di nuova generazione, che non servono più il boss locale ma il padrone dell’algoritmo, che non omettono nomi per paura del piombo ma per amore del consenso facile, anestetizzando la realtà fino a renderla un rumore bianco, un rito privo di conseguenze.

Eppure, il sacrificio di quegli uomini e di quelle donne – che da innocenti sono morti sotto il fuoco dei Gionta e dei Nuvoletta – non è un evento del passato.
È la ferita sempre aperta di ogni territorio dove la vita vale meno del potere, dove la pioggia continua a trasformare tutto in fango perché nessuno ha avuto il coraggio di asfaltare la strada con la legalità.
Quel sangue innocente ci interroga: siamo ancora capaci di provare orrore o siamo diventati spettatori passivi di una tragedia infinita?

La Libertà è anche la responsabilità di restare umani quando tutto intorno ci spinge a diventare spettri.
È la pretesa che chi amiamo resti in piedi, è il rifiuto di catalogare il dolore come un dato statistico.

Oggi, in un mondo che sembra aver perso il senso del “giornalista-giornalista”, dove la verità è frammentata in mille pixel di disinformazione, riscoprire quella Mehari verde significa scegliere di non avere collari.
Significa capire che il potere non si abbatte solo con le sentenze, ma con la testardaggine di chi continua a fare domande scomode, di chi preferisce la vulnerabilità di una macchina aperta al riparo illusorio di un ufficio bunker.

Perché la vera salvezza non è fuggire dal fango, ma avere il coraggio di camminarci dentro senza mai permettergli di entrarti nel cuore.

Questa salvezza, oggi, è messa a dura prova.
Se Giancarlo rivive ogni volta che scegliamo di non fare un passo indietro, è perché il suo coraggio non è mai stato atarassico. Non era indifferenza, era un’empatia calda, vibrante.
Un’empatia mai scontata anche quando, rimproverando un ragazzo della squadra di pallavolo di cui era allenatore perché aveva esultato troppo contro gli avversari sconfitti, insegnava che vincere senza onestà è una strada corta, un tradimento verso sé stessi.

Ed è proprio la tensione tra apparire ed essere che definisce il nostro tempo, una soglia su cui si gioca la partita della nostra autenticità.
La libertà di espressione sta scivolando in territori ambigui, dove l’arte sotto tutte le sue immense sfumature non è più un messaggio ma un bersaglio, e il diritto all’anonimato viene scambiato per una colpa.
Lo vediamo ad esempio, recentemente, nel paradosso di Banksy: l’artista che ha fatto dell’assenza del volto la sua forza politica è stato recentemente violato da una ricerca ossessiva dell’identità, una caccia all’uomo che tenta di trascinare il simbolo nel fango della catalogazione.
Strappare quel velo senza il volere dell’autore significa uccidere l’opera, riducendo l’infinito di un’idea al finito di una carta d’identità. Una volta rivelato il nome, l’artista smette di essere una voce collettiva e diventa un individuo isolato, un prodotto di consumo pronto per essere pesato e venduto.
Oggi, quando appaiono i suoi graffiti — che siano le sentinelle zoomorfe dello “zoo di Londra” comparse tra Kew Bridge e Edith Terrace, o le denunce silenziose e strazianti tra le macerie di Gaza e dell’Ucraina — il mondo non si interroga più solo sul messaggio sociale, ma si perde nel sospetto, cercando il trucco dietro la vernice, quasi a voler punire chi ha ancora il coraggio di restare nell’ombra per illuminare il mondo.

La cronaca recente è spietata: dai documenti legali emersi presso l’Alta Corte di Londra che citano nomi come Robin Gunningham, il sistema tenta di trasformare un atto di guerriglia culturale in una pratica burocratica.
Abbiamo assistito nel 2024 al furto brutale dell’opera del lupo che ulula su un’antenna a Peckham, smontata in pieno giorno sotto gli occhi dei passanti, e al vandalismo immediato del rinoceronte di West Charlton.
Questi non sono solo furti o sfregi, sono il sintomo di una società che non tollera il mistero e che, appena l’arte si manifesta, cerca di possederla fisicamente o intellettualmente.
Se il volto di Banksy diventasse pubblico, non avremmo più un artista che sfida le istituzioni, ma un cittadino vulnerabile alle loro leggi restrittive.

È una forma di censura moderna che, nonostante le differenti modalità, è speculare a quella che colpiva Siani: allora si cercava di silenziare la bocca, oggi si cerca di smascherare il volto per banalizzare il pensiero.
Ma la lotta per la dignità dell’identità rimane intatta, scolpita idealmente su quel muro dell’aula intitolata a Giancarlo, la prima in assoluto a portarne il nome.
Lì, tra quelle pareti dell’aula 23 che accoglieranno le nuove generazioni, è stata impressa una frase che non è solo cinema, ma testamento: quella tratta dal film “Fortapàsc” che ci ricorda come si possa scegliere di essere “giornalisti-giornalisti” o “giornalisti-impiegati”.
È una pietra d’inciampo necessaria per chiunque desideri non farsi bastare la superficie, un monito che accomuna l’inchiostro di Napoli alla vernice di Bristol.
Entrambi ci dicono che non c’è bisogno di un volto per urlare la verità, ma c’è un disperato bisogno di occhi che sappiano riconoscerla oltre l’estetica, oltre la performance e oltre la forza…

A noi ragazzi, infatti, spesso si dice di essere forti, quasi atarassici davanti alle debolezze, ma la vera lezione che emerge da queste poche vite che ho descritto è del tutto opposta: non perdere la sensibilità è l’unico modo per restare interi.
L’empatia non è una fragilità ma è quella capacità di sentire il dolore dell’altro come proprio, di non voltarsi dall’altra parte quando la pioggia sporca l’asfalto.
Chi mostra rispetto potrà inciampare, potrà non tagliare il traguardo per primo in un mondo di furbi da strapazzo, ma alla fine vincerà perché resterà intero.
E in un’epoca in cui tutto è esposto, filtrato e venduto, la sensibilità e la coerenza diventano l’ultimo atto rivoluzionario.

Il più grande furbo è l’onesto”, ricordava Paolo Siani quel pomeriggio del 20 aprile, e non esiste definizione più adatta per descrivere chi sceglie di abitare la propria verità senza scendere a compromessi con la visibilità. Perché l’onestà è l’unica libertà che non può essere rubata o rivelata contro il proprio volere; è l’unico inchiostro che continua a brillare nell’oscurità di un Fortapàsc che ancora aspetta di essere liberato.

Giancarlo è il fratello di tutti noi, una personalità mai fredda e un coraggio mai banale.
È la prova vivente che nessuno può essere messo a tacere se la sua voce trova casa nel cuore di chi resta, e che un’idea, se alimentata dalla sincerità, non ha bisogno di un nome per cambiare il corso della storia.

Resta allora una questione aperta, che attraversa ogni tempo e ogni spazio: cosa rimane davvero di noi quando si smette di cercare il riflesso degli altri?
La risposta non si trova nelle classifiche della notorietà, né tra le righe di chi cerca di etichettare ogni respiro. Risiede, piuttosto, in quella scelta quotidiana di prediligere l’essere all’apparire, un’esistenza che non chiede nulla in cambio perché basta a se stessa.

Essere liberi, in fondo, significa accettare che la propria missione sia più importante della propria immagine. Significa agire non per infastidire o per il gusto della provocazione, ma per scomodare l’indifferenza e riprendersi, un pezzo alla volta, la verità.
Chi scrive senza catene o segna i muri di una società assediata non cerca applausi, bensì sta costruendo un passaggio per chi non vuole più camminare al buio. La vera vittoria non sta nel nome in grassetto su una copertina, ma nella solidità di ciò che lasciamo a chi verrà dopo.
È in questa resistenza, fatta di azioni concrete e necessari rifiuti, che la dignità umana ritrova la sua onestà originaria.

Ed è solo restando veri davanti alla propria coscienza che si smette di essere spettri e si torna finalmente a essere umani.

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