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Basel e Yuval, dittico di resistenza per una Palestina libera

di Daniela Cutino e Lucio Celot

Yuval: – Cosa possiamo fare? Basel: – Possiamo solo continuare a filmare

Vedo ancora i nazisti come il male. Ma se loro sono il male, io cosa sono?

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B.Adra, Y.Abraham et al., No Other Land (2024)

Y.Abraham, R.Szor, Naza (2026)

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Due film-documentari, due prospettive, una che fa vedere e l’altra che lascia immaginare, un unico dovere, quello di testimoniare. La Storia ha il compito di raccontare ma spesso cade nella tentazione di cancellare, ed è per questo che abbiamo bisogno di testimonianze, perché statistiche e numeri hanno sempre un volto e una voce, un volto da guardare e una voce da ascoltare. No Other Land e Naza raccontano rispettivamente l’occupazione in Cisgiordania e le tecniche di sterminio a Gaza; sono altri due tasselli che raccontano attraverso la Settima Arte una tragedia che, nella sua inestricabilità e complessità, non si lascia comporre né restituire intera da immagini o parole. Ma che, tuttavia, abbiamo il dovere di continuare a guardare.

Presentato a Berlino nel 2024 e vincitore dell’Oscar per il migliore documentario nel 2025, No Other Land è stato girato con una mdp a mano tra il 2019 e il 2023 nella comunità palestinese di Masafer Yatta nell’estremo sud della Cisgiordania dall’attivista Basel Adra coadiuvato dal giornalista israeliano Yuval Abraham. Il film documenta la progressiva demolizione dei villaggi della comunità ad opera delle ruspe israeliane che abbattono le case, distruggono le scuole e cementificano i pozzi d’acqua a seguito di una sentenza della Corte Suprema israeliana che dichiara illegittima la presenza delle famiglie palestinesi in un territorio destinato a uso militare; in realtà, Masafer Yatta è presente già nelle carte geografiche del XVIII secolo. Il regista filma tutto con mezzi di fortuna (anche il suo cellulare) mentre accade, spesso in condizioni di pericolo e sotto la costante minaccia dei soldati dell’Idf che assicurano protezione ai demolitori israeliani. La sua macchina da presa non osserva la tragedia da una distanza protettiva: appartiene al luogo, alla comunità, alla stessa realtà che viene ripresa. L’empatia, la rabbia, lo sgomento che prova lo spettatore scaturiscono quindi non da un resoconto ex post facto di una tragedia conclusa, ma dalle immagini di un presente che si dispiega davanti ai suoi occhi e che continua a produrre macerie e sofferenze. La polvere, il tremore delle riprese, l’urgenza di documentare prima che sia troppo tardi restituiscono alla testimonianza di Adra una fisicità e una concretezza che nessuna ricostruzione a posteriori potrebbe produrre.

Così, il montaggio di immagini girate nell’arco di quattro anni rende evidente a chi guarda la caratteristica essenziale di questa distruzione: la sua ripetitività, il suo essere una condizione permanente dell’esistenza di donne e uomini che un semplice atto amministrativo priva di tutto ciò che hanno nel giro di poche ore; per i palestinesi di Masafer Yatta non c’è futuro ma solo un loop interminabile di distruzione (di giorno), tentativi affannosi di ricostruzione (di notte), nuova distruzione. La violenza subita non è episodica; dura nel tempo. Anche per questo No Other Land è soprattutto un monumento alla resilienza del popolo palestinese, alla tenacia di chi non vuole avere un’altra terra su cui vivere, si aggrappa alle proprie case e alla dimensione comunitaria anche a rischio della propria incolumità, come accade al giovane Harun, colpito alla schiena da un militare perché si oppone con tutte le sue forze alla requisizione del generatore di corrente. E non è solo una questione di attaccamento materiale alle cose, alla terra; è volontà di memoria.

Da sinistra, Basel Adra e Yuval Abraham alla consegna dell’Oscar

Sul piano squisitamente filmico, infatti, la critica ha notato come No Other Land, nella sua urgenza di testimoniare, abbia in sé qualcosa di quella straordinaria stagione che fu il Neorealismo in Italia: il racconto cinematografico è anche un gesto di resistenza e opposizione all’oblìo, espressione di una volontà di lasciare traccia nella Storia; “queste case, queste persone un tempo erano qui”, sembra dirci Basel, e oggi non ci sono più. “Io vi mostro cosa è accaduto”. Ed è qui che la visione del film si fa dolorosa, perché No Other Land ci costringe alla consapevolezza, ci priva del comodo alibi dell’ignoranza e, allo stesso tempo, ci mette di fronte alla nostra impotenza e all’evidenza che la distruzione e le violenze continuano; la visibilità non implica necessariamente la possibilità di intervenire. Andiamo a vedere No Other Land e condividiamo con chi ci è seduto accanto la nostra incapacità di cambiare le cose. Prendiamo familiarità con l’orrore e ci conviviamo.

“Possiamo solo continuare a filmare”, dice a un certo punto Basel: necessità e allo stesso tempo limite del film, filmare non ferma le ruspe, non restituisce le case, non garantisce protezione a chi riprende e testimonia. Eppure, rinunciare a filmare significherebbe lasciare che la distruzione si compia anche sul piano della memoria. Non c’è consolazione, il cinema non cambia il mondo, le immagini sono necessarie ma non sufficienti, tra chi filma e chi guarda resta uno iato incolmabile. No Other Land è tutto questo, ma almeno ci insegna a non confondere l’impotenza con l’indifferenza.

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“Vedo ancora i nazisti come il male. Ma se loro sono il male, io cosa sono?”
È questa una delle domande più ingombranti di NAZA, il nuovo documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, insignito del Premio Speciale della Giuria all’83ª Mostra del Cinema di Venezia. A porsela è un ex membro dell’apparato militare israeliano intervistato nel film. Cresciuto sin da bambino nel culto della memoria della Shoah, si ritrova anni dopo a interrogarsi sul peso delle proprie azioni. In questo interrogativo si consuma una profonda frattura etica tra il passato e il presente, è la resa dei conti tra ciò che gli è stato insegnato e ciò che ha compiuto: un cortocircuito che la regia sceglie di non commentare, lasciando all’osservatore tutto il peso di questo silenzio.

È un silenzio che si posa pesante sulle rovine di Gaza. È lì, a poche decine di chilometri dai tetti di Tel Aviv su cui sono state girate le interviste, che la teoria e la retorica militare si traducono in devastazione reale. Dopo il percorso avviato con No Other Land, Yuval Abraham e Rachel Szor spingono lo sguardo ancora più a fondo nel presente: il loro documentario si trasforma così in una lucida e drammatica anatomia della sopraffazione, dove la distruzione della Striscia di Gaza non è soltanto uno sfondo tragico, ma la conseguenza diretta e tangibile di una macchina bellica e ideologica raccontata dall’interno, senza filtri e con spietata lucidità.

Da sinistra, Yuval Abraham e Rachel Szor al Festival del Cinema di Venezia

In appena ottanta minuti, il film raccoglie le testimonianze anonime di 24 funzionari militari e membri dell’intelligence israeliana, dando voce a chi ha fatto parte di quello stesso meccanismo di distruzione. I loro racconti vengono raccolti di notte, sui tetti di Tel Aviv: gli intervistati sono figure immerse nell’ombra, protette nella propria identità, sullo sfondo di una città che continua indisturbata la sua vita. In lontananza si scorgono le luci degli appartamenti, le finestre illuminate, il flusso rassicurante della quotidianità. Mentre i soldati parlano la telecamera si sposta, invade l’interno delle abitazioni, coglie piccoli gesti, una televisione accesa, qualcuno sul divano. È in questo scenario che risuonano le testimonianze di bombardamenti, sistemi di selezione degli obiettivi, droni e bersagli civili, facendo convivere l’orrore e la routine all’interno della stessa inquadratura. Nel raccontare le loro dinamiche operative, gli intervistati tracciano schemi, ricostruiscono procedure, riducono la pratica dello sterminio a semplici linee tracciate con una penna su fogli bianchi. È la rappresentazione quasi elementare di un meccanismo disumano, in cui nessuno sembra colpevole. Tutti stanno “solo” eseguendo ordini a cui non possono sottrarsi per impedire che la macchina si inceppi. “È giusto?” chiede un soldato al suo superiore dopo aver causato la morte di donne e bambini. “Devi solo fidarti del sistema”, gli viene risposto. Da quelle sagome poste in ombra prende forma un ingranaggio in cui ciascuno esegue soltanto un segmento dell’azione. È in questa catena di montaggio che si innesta la tecnologia. Al centro c’è Lavender: l’algoritmo programmato per catalogare, tracciare e marcare come bersagli da abbattere i presunti affiliati ad Hamas e alla Jihad Islamica. Qui la guerra si fa codice, divenendo una macchina che processa vite umane per restituire elenchi di bersagli da eliminare. E allora un punto si illumina su un monitor, un algoritmo incrocia i dati, un operatore valuta, un ufficiale autorizza, una mano esegue. A chilometri di distanza, una casa smette di esistere. Frammentata in una sequenza infinita di passaggi, la violenza perde il suo volto. Nessuno, in quella catena, avverte di essere colui che sta impugnando l’arma. “Dopo il bombardamento, siamo usciti a fumarci una sigaretta” qualcuno afferma.

È la banalità dell’orrore, resa possibile da una formula perché NAZA non è il nome di una persona. Naza è un acronimo militare: in ebraico significa nezek agavi, ossia “danno collaterale”. È un termine che l’esercito israeliano usa per indicare i palestinesi che ritiene accettabile uccidere pur di eliminare un miliziano di Hamas: più il miliziano è importante, più alto sarà il danno collaterale ammesso e quindi il numero di civili che l’esercito stima possano essere uccisi. In questa astrazione risiede il cuore del film. Una vita diventa più facile da raccontare quando si smette di chiamarla per nome. E allora una persona diventa un obiettivo, una famiglia un danno collaterale, dei morti soltanto un numero.
È proprio qui che il racconto si fa davvero terribile: nella grammatica delle parole prima ancora che nell’azione, in una deformazione del linguaggio che precede e autorizza la carneficina. Da questa torsione semantica prende vita il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor: dal punto esatto in cui le parole smettono di nominare storie umane per farsi mere variabili, in cui la morte è solo il risultato di un margine di errore accettabile.

Ma dietro quel calcolo c’è l’annientamento della memoria. Distruggere una casa significa cancellare fotografie, lettere, storie. Vuol dire eliminare le tracce di intere generazioni, radere al suolo la possibilità stessa di ricordare. Il cinema non ferma le bombe, non restituisce i morti. Può però spezzare l’astrazione, restituire il peso del sangue e compiere l’unico gesto d’opposizione rimasto: ricordare che dietro quella sigla, prima del calcolo, c’era un nome. E quel nome non era NAZA.

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