Il silenzio dell’Inferno

di Pietro Aldo Mocerino (IIG)

Siamo abituati ad immaginare l’Inferno secondo l’insegnamento dantesco: un coro incessante e straziante di grida, lamenti, lacrime, preghiere ed imprecazioni. Ma non è solo questo. Me ne sono reso conto visitando i campi di concentramento e sterminio di Auschwitz e Birkenau la mattina dell’8 dicembre, giorno in cui la Chiesa cattolica festeggia l’immacolata concezione di Maria. Tutto sembrava richiamare tale solennità, con la neve candida e abbondante che imbiancava questi luoghi. Qua e là qualche foglia avvizzita per il gelo, eppure non era solo questo ciò che l’occhio riusciva a distinguere nel mare bianco che si distendeva tutto intorno. Innumerevoli file di baracche, ordinate con precisione maniacale e circondate dal fino spinato, una volta anche elettrificato, torrette di controllo, ancora un vagone per il trasporto dei prigionieri e, in fondo al campo, prima delle camere a gas e dei forni crematori, l’edificio nel quale la famigerata Gestapo torturava i reclusi ‘pericolosi’. Tutto questo, però, mi ha colpito ancor di più per il silenzio che dominava ovunque, sembrava che nulla potesse vincerlo. Era solo un’illusione, infatti bastava entrare nei vari ‘block’ per capire che quel silenzio era ben diverso da un semplice vuoto di parole, che era molto di più.

Le ciocche di capelli, le montature degli occhiali, le scarpe sformate e le valigie che recavano ancora impressi i nomi dei proprietari, perfino qualche camicina da neonato, tutto ammassato in quantità impressionanti in enormi stanzoni, in modo che i visitatori potessero vedere ed anche ascoltare. Perché quelli che sembrano oggetti inanimati raccontano, invece, ancora oggi le storie personali di Simon, Wanda, Isaia, Anna, Egon, Rachele e di tantissimi altri, vittime di un odio feroce ed implacabile per chiunque non rispecchiasse il modello della pura razza ariana, ebreo, zingaro o russo che fosse. Tutte prove di uno spietato e delirante progetto che pianificava lo sterminio di massa, molto probabilmente il più immane nella storia dell’umanità, se di umanità, come direbbe Primo Levi, si può parlare ancora.

Ma un altro pensiero mi ha tormentato mentre percorrevo a piedi l’enorme distesa innevata che ospita i due lager: quelle che visitavo erano vere e proprie città, che hanno richiesto tempo e risorse, davvero enormi, per essere messe in piedi e funzionare. Pensare che il governo di un popolo si sia dedicato per anni, con tutte le sue energie e con una lucida follia, ad un simile disegno criminale, ecco, questo mi ha sconvolto più di tutto ed ancora adesso, mentre scrivo, mi fa inorridire. A tanto può arrivare l’odio per chi è diverso, un insegnamento della storia non solo per i governanti, ma pure per chi, come me, fa parte del popolo e vive la sua vita a scuola, in un’associazione o anche semplicemente in un gruppo di amici. Ho pensato che anche noi, persone qualsiasi, abbiamo il dovere di ascoltare le parole del silenzio infernale di Auschwitz e Birkenau e rimuovere dalla nostra quotidianità la critica, il sospetto, il rancore, l’avversione per chi è diverso ed è considerato più una minaccia dalla quale guardarsi che una risorsa che completa ed arricchisce l’identità personale e collettiva. Perché tutti siamo diversi. E perché, per costruire un inferno enorme come quello dal quale sono appena tornato, non conta solo la volontà di chi guida una nazione, ma anche quella di quanti, nella vita di ogni giorno, contribuiscono a far germogliare il seme dell’odio, rendendolo sempre più profondo e solido.

2 pensieri riguardo “Il silenzio dell’Inferno

  • 18 Dicembre 2023 in 14 h 43 min
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    Riflessioni dovute, che andrebbero diffuse a quante più persone possibile perché si impedisca e si prevenga ogni rischio di reiterazione

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    • 19 Dicembre 2023 in 15 h 25 min
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      La ringrazio per il commento, che condivido in pieno

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