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La Memoria genererà Futuro, anche stavolta?

di Miriam Perrone (2A)

Ci sono luoghi in cui lo spazio e il tempo smettono di scorrere su binari paralleli per fondersi in un unico, vertiginoso battito: non siamo mai veramente padroni degli anni che ci vengono concessi, eppure abitiamo ogni istante con la responsabilità feroce di chi sa che le pietre calpestate custodiscono echi indelebili. Come ammoniva Marco Aurelio nelle sue meditazioni, il tempo è un fiume in crollo, un volo rapido delle cose, eppure l’essere umano ha il potere straordinario — e al tempo stesso la condanna — di piegare questo flusso attraverso il ricordo, interrogandosi non solo su cosa è accaduto, ma sul perché quel passato continui a esigere giustizia nel nostro presente.
La memoria, in fondo, non è mai un cassetto polveroso in cui riporre reliquie sbiadite dal tempo, né un esercizio di retorica da consumarsi ritualmente sotto i lampadari dorati di una sala istituzionale: essa è un fiume carsico, sotterraneo e indomabile, che continua ad alimentare le vene del nostro presente per dirci, con la forza cruda e spietata dei fatti, che la libertà non è un dono immobile, un atto notarile trascritto una volta per tutte nei codici, ma una conquista quotidiana, precaria e sanguinante, che richiede il sudore e il coraggio di ogni generazione. Questo, in fondo, è il nucleo incandescente che è emerso con forza disarmante lo scorso otto ottobre nella Sala Silvia Ruotolo di Via Morghen, al Vomero, dove la Quinta Municipalità Arenella-Vomero, per mano della presidente Clementina Cozzolino, dell’assessore Claudio D’Angelo e di Margherita Siniscalchi, ha voluto celebrare l’anniversario di quel miracolo laico e popolare che furono le Quattro Giornate di Napoli.

Seduti tra i banchi di quella sala, con la consapevolezza inquieta e vibrante di chi appartiene a una generazione spesso frettolosamente liquidata come semplice futuro e mai abbastanza considerata come presente, noi studenti del Liceo Pansini ci siamo trovati immersi in una lezione di storia che ha scosso le fondamenta del nostro pensiero, costringendoci a fare i conti con un cortocircuito culturale che attraversa i decenni per interpellare il nostro oggi. Ascoltare la voce di Francesco Amoretti — figlio di quel partigiano Antonio che, a soli sedici anni, l’11 settembre del 1943, si trovò a dover scegliere da quale parte stare di fronte a un bivio ineludibile — significa prima di tutto smontare la narrazione edulcorata, comoda e superficiale che per decenni ha ridotto la rivolta napoletana a una sorta di spontaneismo folkloristico, a una rivolta di scugnizzi paragonabile a un “Masaniello senza Masaniello”. Una rappresentazione riduttiva, questa, che è stata alimentata da precise ragioni e interessi geopolitici, tesi a ridimensionare la portata e il protagonismo del Sud nella Resistenza per esaltare esclusivamente la lotta partigiana del Nord, quasi che il sacrificio napoletano fosse un fuoco di paglia estemporaneo. La verità storica, documentata e urlata con l’onestà intellettuale di chi la storia la studia non come polveroso accademismo ma come affare di vita, è che le Quattro Giornate furono il frutto di un’azione profondamente organizzata, pianificata, nata da una strategia militare e politica che esplose simultaneamente in ogni quartiere della città perché i napoletani non potevano più tollerare l’orrore della fame nera, della miseria materiale e morale, e di una distruzione urbana senza precedenti. Napoli deteneva infatti il triste primato di essere stata la terza città in Europa a subire i bombardamenti più devastanti, seconda solo a Berlino e Londra, con ferite atroci come quella del 4 agosto 1943 a Piazza Mario Pagano, dove nel rifugio considerato più sicuro, allestito sotto una scuola, persero la vita centinaia di civili inermi, tra cui il bisnonno dello stesso Amoretti, lasciando intere famiglie nel baratro di una depressione immensa.

In quel clima di disperazione e terrore assoluto, l’8 settembre e l’armistizio calarono come una mannaia, segnati dalla fuga ignobile del re e dei comandi militari verso Bari, mentre la città si trovava improvvisamente ostaggio di una guarnigione nazifascista spietata che pretendeva di deportare nei campi di lavoro e di sterminio tutti gli uomini validi, dai diciotto ai cinquantacinque anni, con l’ordine tassativo di radunare la popolazione allo stadio Littorio. Fu allora che l’esasperazione popolare si trasformò in un fiume in piena, ingrossato dai tanti rivoli della resistenza civile e armata, dove gli scugnizzi napoletani, guidati da figure simbolo come il giovanissimo Gennaro Capuozzo, di appena dodici anni, decisero di scendere in campo e di morire per la propria terra. E in questo panorama di eroismo quotidiano, il sedicenne Antonio Amoretti, bloccato da un imprevedibile destino — poiché il padre Francesco, colpito dalle convulsioni della malaria contratta a diciassette anni durante la prima guerra mondiale in Albania, non poté impugnare la rivoltella come aveva giurato di fare —, decise di raccogliere quell’arma, compiendo quel passo definitivo che segna lo spartiacque netto tra l’adolescenza e l’età adulta. Non si trattava di un’età anagrafica stabilita dai codici o dai corsi per la patente di guida, ma di un’assunzione di responsabilità esistenziale, di una scelta consapevole in cui si metteva in gioco la propria vita non per vanagloria, ma perché si riteneva intollerabile sottomettersi a un regime violento che calpestava sistematicamente la dignità di ogni essere umano.

E qui si apre una riflessione profonda che ci costringe a guardare oltre la cronaca e a interrogarci, con la penna dello scrittore e l’occhio del filosofo, sulla natura stessa dell’uomo e sulle derive della nostra epoca, in cui persino il progresso tecnologico e l’avvento pervasivo dell’intelligenza artificiale rischiano di trasformarci in meri esecutori di algoritmi, in ingranaggi di una macchina impersonale che anestetizza le coscienze, allontanandoci da quella carnalità del dolore e della scelta che invece caratterizzò i nostri antenati. Luigi Pirandello ci ha insegnato quanto le maschere che indossiamo possano imprigionarci, eppure oggi assistiamo a un mascheramento ben più pericoloso: quello di chi si trincera dietro l’indifferenza, rifiutando persino di definirsi antifascista, come se le categorie della libertà e della tirannide fossero diventate opinioni intercambiabili nel grande supermarket del relativismo contemporaneo. Ed è proprio qui, dinanzi alle risposte generose e taglienti che Francesco Amoretti ha voluto donare alle nostre domande, che la mia mente — prigioniera, come spesso le capita per mio insito difetto, di un vizio irrefrenabile di eccessivo pensare — ha iniziato a rovistare tra le pieghe della politica di oggi. Una politica che appare irriconoscibile, svuotata, ridotta a un teatro d’ombre dove le idee cedono il passo al marketing e la dignità delle istituzioni viene svenduta al miglior offerente. Se ci guardiamo intorno, l’impressione angosciante è che stiamo tornando tremendamente, immensamente indietro, come se gli orrori del Novecento fossero stati spazzati via dalla superficie ma avessero lasciato le radici ben salde nel sottosuolo della nostra civiltà.
Il punto dolente, la vera piaga che paralizza il nostro tempo, è il desolante disinteresse dei giovani verso la cosa pubblica. Avvicinare i coetanei alla politica è diventato un’impresa titanica, un esercizio quasi disperato, perché la gran parte ha scelto la via comoda dell’ignavia e della neutralità di comodo. È molto più semplice chiudersi nel proprio orticello virtuale, vestire i panni del perfetto apatico, delegare ad altri la fatica del pensiero e della lotta, godendo dei frutti di una libertà che non si è faticato a conquistare, piuttosto che sporcarsi le mani con la complessità del reale. Si preferisce la quiete anestetica della superficie al tumulto faticoso della consapevolezza, scambiando il cinismo per maturità.

Durante l’incontro si è discusso apertamente di come il fascismo del Ventennio non si sia retto sulla sola violenza coercitiva delle manganellate o del carcere, ma abbia saputo edificare un solido, capillare e spaventoso consenso di massa, distribuendo piccoli privilegi e cariche gerarchiche che gratificavano chi, nella comunità locale, non contava nulla, offrendo l’illusione di un potere meschino da esercitare sul vicino. Quel meccanismo, fondato sulla manipolazione delle masse e sulla sapiente regia della paura — magistralmente teorizzata secoli prima da Thomas Hobbes, che riconosceva nel terrore artificialmente alimentato la risorsa primaria di chi detiene il potere per piegare le menti —, non è affatto estinto; si mimetizza nei linguaggi della politica contemporanea, riaffiora nelle sfilate nostalgiche di Predappio, nei saluti romani davanti alle lapidi dei caduti degli anni di piombo, o nelle parole di chi, interrogato sul proprio rapporto con il passato, liquida l’antifascismo come una pagina superata.

Viviamo in un tempo paradossale, segnato da scenari internazionali di una gravità inaudita, dalle guerre che dilaniano l’Europa fino all’indicibile, lacerante tragedia che si consuma nella Striscia di Gaza, dove la violenza sistematica e genocidaria riduce in cenere ospedali, scuole e interi quartieri, spegnendo per sempre il sorriso e il futuro di decine di migliaia di bambini innocenti. Di fronte a immagini così crudeli, in cui persino l’uso cinico delle cosiddette “bombe intelligenti” si rivela nient’altro che una copertura tecnologica per massacri premeditati, noi non possiamo rimanere inerti spettatori protetti dallo schermo ovattato dei nostri smartphone, ridotti a consumatori seriali di indignazione a termine. Come ci ammoniva con la sua testimonianza Francesco Amoretti, richiamando la profezia lucida e disincantata di un politico navigato come Giulio Andreotti sul futuro che spetterà a quei bambini sopravvissuti all’orrore — i quali, privati di tutto, non potranno che covare un odio legittimo e feroce —, la violenza genera inevitabilmente altra violenza, chiudendo i popoli in un cerchio infernale da cui sembra impossibile uscire.
Di fronte a questo baratro, ciascuno di noi è chiamato a essere, per usare la metafora più bella della giornata, quella piccola goccia che, per quanto infinitesimale e fragile, è assolutamente indispensabile all’oceano per formare la sua imponenza. La cultura, lo studio rigoroso e la conoscenza critica rappresentano gli unici veri anticorpi contro la barbarie e contro chi vuole ridurci a sudditi acritici; eppure, in questo cammino di maturazione civile che la scuola dovrebbe custodire come suo tempio sacro, capita drammaticamente di scontrarsi con barriere invisibili e cortocircuiti istituzionali che lasciano l’amaro in bocca, costringendoci a riflettere sui paradossi sottili del nostro stesso sistema educativo.
Si sprecano fiumi di inchiostro e solenni discorsi per esaltare il valore della scuola come supremo presidio di democrazia, per esortarci a scendere in campo, a “esserci” come protagonisti attivi del presente e non solo come speranza astratta del futuro.

C’è tuttavia una sottile ma forte dissonanza che attraversa i pensieri quando ci si ferma a osservare la distanza tra la solennità delle parole pronunciate e la cautela rigida delle porte che restano socchiuse proprio nei giorni in cui la storia chiama fuori, a partecipare sull’asfalto, tra le strade del Vomero, a urlare le vittime delle Quattro Giornate.
Rimane, certo indubbiamente, l’eco di una memoria ugualmente a suo modo celebrata ma protetta, dentro “confini rassicuranti”, quasi come se il passato fosse un oggetto prezioso da custodire sotto una teca di vetro piuttosto che un’energia viva da sperimentare camminando insieme, fianco a fianco, nella polvere e nel vento di una piazza, di un ricordo.
Ma poi ci si ferma a guardare oltre, ed è lì che tutto si scompone e si ricompone in una verità che non fa sconti a nessuno. Perché la verità, quella vera, è che il cortocircuito non appartiene a una sola parte e non si esaurisce nel facile gioco delle colpe da scaricare su qualcun altro. Il problema è radicato in un humus comune, in un logoramento profondo che ci attraversa tutti, senza distinzioni di ruolo o di generazione. Da un lato c’è chi amministra con il terrore sottile del disordine, blindando la partecipazione alla politica, la libertà di espressione è parola dentro protocolli rigidi e all’apparenza rassicuranti, preferendo la quiete asettica di un popolo in silenzio, protetto, al tumulto disordinato e vitale di una piazza o delle voci vive di chi avrebbe il coraggio di esprimersi, esporsi davvero.

Dall’altro lato ci siamo noi, immersi in una colpevole e comoda apatia, spettatori distratti di una storia che ci scorre sotto gli occhi mentre barattiamo la fatica dell’impegno collettivo con il tepore anestetico dell’indifferenza. Non c’è un unico colpevole perché la colpa è diventata un sistema, un ingranaggio oliato alla perfezione che fa comodo a tutti: a chi governa per mantenere il controllo senza scossoni, e a chi è governato, giovane o meno giovane che sia, per non doversi assumere il peso ingombrante di essere davvero il presente. È un cortocircuito silenzioso che ci disarma, dove la politica ha smesso di essere visione e la scuola rischia di diventare un simulacro che predica la libertà sui libri ma trema quando quella libertà prova a camminare con le sue gambe sull’asfalto.
Allora il ritmo rallenta, i pensieri si accavallano e lo sguardo torna a posarsi su quel foglio ideale dove tutto ha avuto inizio. Ci ritroviamo qui, sospesi tra le pagine della nostra rumorosa quotidianità, a fare i conti con l’unica domanda che conta davvero, quella che non ammette risposte di facciata e che continua a pulsarci dentro come un battito irregolare: la memoria genererà futuro, anche stavolta?
E la risposta, cercando di spogliarla di ogni retorica e di ogni illusione consolatoria, comincia a farsi strada lentamente tra le righe di questo nostro tempo sfilacciato. No, la risposta non è scritta su un documento, né è custodita negli algoritmi perfetti di una macchina che calcola tutto tranne l’anima di chi ne è alla ricerca, e di certo non piove dal cielo come un miracolo fortuito o una bomba intelligente, che ci assolve dalle nostre responsabilità.
Perché se un futuro diverso esiste, se questa memoria spezzata ha ancora una possibilità di diventare carne e coscienza, la risposta dipende esclusivamente da noi. Dipende dalla nostra capacità testarda e quotidiana di studiare per non farci abbindolare, di ribellarci alle ingiustizie silenziose che ci circondano, di rifiutare il conformismo digitale che ci vuole tutti uguali e inermi dietro a uno schermo o accodati ad una massa omogenea di caratteri comuni, indistinguibili e incasellabili, e di trovare ogni singolo giorno il coraggio irriducibile di essere quella piccola goccia che, solo se unita alle altre, non smette di lottare per smuovere e redimere l’oceano di lacrime da cui dobbiamo uscire vittoriosi.
Perché “odio gli indifferenti, credo che vivere voglia dire essere partigiani”. (Antonio Gramsci)

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