Elogio della fragilità e importanza del dolore
di Marta Cardillo (5A)
L’origine concettuale dell’archetipo e la sua dimensione psicanalitica
Il termine archetipo ha un’origine antica: deriva dal greco àρχέτυπον (archétypon), espressione che si può tradurre come “immagine primigenia” o “modello originario”. Sebbene sia un concetto ampiamente associato alla psicologia moderna, l’idea di archetipo affonda le sue radici nella tradizione filosofica e teologica dell’Occidente. Come ricordato da Carl Gustav Jung nei suoi studi sull’inconscio collettivo, il termine compare già nel pensiero ellenistico con Filone Giudeo per descrivere l’immagine divina presente nell’uomo, e ritorna nei testi del primo cristianesimo e del neoplatonismo (in autori come Ireneo, la letteratura Ermetica e Dionigi l’Areopagita) per indicare matrici immateriali e fonti di luce primaria. Persino in Agostino, pur senza l’uso esplicito della parola, si ritrova un concetto analogo quando si parla di “idee originarie non create” contenute nell’intelligenza divina.
In ambito psicologico, tuttavia, Jung riprende e rielabora questo concetto per spiegare la presenza di strutture psichiche profonde e universali. L’archetipo non appartiene alla storia strettamente personale del singolo individuo, ma fa parte di quel patrimonio condiviso che è l’inconscio collettivo. La sua manifestazione emerge con particolare chiarezza nei sogni e nelle visioni, contesti in cui affiorano motivi simbolici non derivabili dalle esperienze di vita del soggetto – ciò che Freud definiva “resti arcaici”. In sostanza, l’archetipo si configura come una tendenza innata e istintiva della psiche a produrre specifiche rappresentazioni visive o simboliche attorno a un medesimo tema ancestrale, pur lasciando spazio a infinite variazioni personali a seconda dell’individuo.
Dal punto di vista della sua dinamica, è importante distinguere l’archetipo nella sua forma pura da come esso viene percepito:
- in potenza: l’archetipo esiste a priori nella struttura psichica come una possibilità latente, un modello ereditato di cui non è possibile stabilire l’origine empirica (un quesito che, come evidenziato da Jolande Jacobi, travalica la psicologia per entrare nel campo della metafisica).
- in atto (l’immagine archetipica): nel momento in cui questa matrice entra nel campo della coscienza, essa si “attualizza” manifestandosi sotto forma di immagine, simbolo o rappresentazione concreta.
L’archetipo, tuttavia, non è una figura statica. Esso possiede una natura dinamico-processuale: funziona cioè come un vero e proprio pattern tipico di reazione, un modello primordiale di comportamento che orienta il modo in cui l’essere umano reagisce, sente e interpreta la realtà.
Carl Jung è lo psichiatra e psicanalista che ha formulato la teoria basata sul concetto dell’archetipo del Guaritore Ferito: un archetipo che descrive un individuo che ha una maggiore comprensione e maggiore capacità di aiutare altre persone ferite, proprio in funzione della sua esperienza del dolore. Applicare questo archetipo nel mondo dell’assistenza medica e delle cure palliative moderne significa pensare a un modo diverso di approcciarsi alla terapia, che non abbia a che fare solo con la cura fisica, ma anche con un percorso emotivo e spirituale. Nell’immaginario comune si tende spesso a pensare allo psicoterapeuta come a una figura immune dalla sofferenza, distante e perfettamente equilibrata. L’archetipo del Guaritore Ferito ribalta completamente questo stereotipo, ricordandoci che si cura l’altro solo attraverso la conoscenza della propria fragilità. Non c’è guarigione senza la consapevolezza che chi cura sta, in fondo, curando anche se stesso, come viene magistralmente spiegato da Aldo Carotenuto nella sua opera Lettera aperta a un apprendista stregone (1998):
“…sicché la tua scelta è proprio tua; nasce da un tuo bisogno, antico, precocissimo. Non un’offesa o una violenza, ma qualcosa che ti è stato negato – che agli albori della vita è la violenza più devastante; una lacuna, un vuoto, la mancanza di un elemento essenziale nella tua dieta affettiva – per esempio della presenza costante e avvolgente di una figura materna che ti desse l’idea o l’illusione di essere sul serio l’ombelico del mondo o almeno del suo mondo. Insomma un non – evento della tua personale preistoria, che però ha lasciato la sua traccia indelebile nella tua personalità allora in formazione. Non una cicatrice, ma una ferita ancora aperta, non rimarginata. Ma tu sai, caro il mio Apprendista Stregone, che a proposito di quella ferita io mi servo volentieri di un gioco di parole, peraltro assolutamente legittimo sul piano etimologico: è una “ferita”, ed è una “feritoia”, un minuscolo varco che ti consente di tenere d’occhio il tuo mondo interiore, di scrutare e indagare la parte più misteriosa e segreta di te stesso, la parte “sommersa”. E a questo punto vorrei ricordarti che nel tuo caso (nel nostro caso) il sarcastico invito del Vangelo di San Luca “Medice, cura te ipsum” finisce col coincidere col socratico motto “Nosce te ipsum”… Ma questo è un discorso che deve restare tra noi, perché se si sa in giro che tu personalmente sei un soggetto da psicoterapia proprio come i tuoi futuri pazienti, c’è il rischio di incrementare già abbastanza stereotipi caricaturali dello psicoterapeuta più bisognoso di cure del suo paziente… Guai allo psicoterapeuta che non cresce coi suoi pazienti, perché se è vero che attraverso i pazienti egli cura sé stesso, è altrettanto vero che egli cura i pazienti attraverso sé stesso. E se lui ha smesso di crescere, che aiuto potrà dare al paziente?… “

Le radici mitologiche dell’archetipo
Come spesso accade nello studio della psicologia, l’archetipo del guaritore ferito trova la sua spiegazione più efficace nel mito. Nello specifico, il concetto teorizzato da Carl Gustav Jung viene associato principalmente alla figura di Chirone.
Chirone era uno dei centauri, esseri per metà uomo e per metà cavallo che vivevano sul monte Pelio della Tessaglia, in Grecia. A differenza degli altri centauri nati dall’unione di Issione con Nefele, Chirone venne generato, invece, dall’unione di Crono con Filira, figlia di Oceano. Egli nacque metà uomo e metà cavallo, perché per amare Filira nascondendosi alla moglie Rea, Crono, il padre, si trasformò in stallone. Chirone è ricordato come il centauro più saggio di tutti: a differenza dei suoi simili, noti per essere grandi guerrieri, Chirone è invece una creatura dall’animo gentile e con un interesse per le scienze. Tra tutte le discipline, però, Chirone è ricordato principalmente per il suo talento nella medicina: non a caso l’etimologia del suo nome sembra essere legata alla parola “mano” (“χείρ”) in greco antico, che indica proprio la sua mano da chirurgo esperta. Era amico di Apollo, il quale gli insegnò ad usare l’arco e quando ebbe da Coronide il figlio Asclepio, lo affidò proprio a Chirone perché lo istruisse sull’arte della medicina. Chirone seguendo il mito, avrebbe allevato anche Achille, Giasone ed Eracle istruendoli nell’arte di cavalcare, cacciare, suonare il flauto e curare ferite. Sarà proprio per mano di Eracle che Chirone verrà colpito da una freccia avvelenata. A seguito della sua terza fatica, quella della cattura del cinghiale di Erimanto, Eracle fece visita al centauro Folo il quale offrì del vino all’eroe aprendo la giara dei centauri che si arrabbiarono e si lanciarono contro Eracle che li respinse e ne uccise alcuni; i centauri, per difesa, si rifugiarono nella grotta di Chirone che, ignaro di ciò che stesse succedendo, si fece incontro all’amico Eracle nell’istante esatto in cui questo scagliò una freccia che andò a colpire per errore il ginocchio del centauro. Questa ferita inguaribile provocò molto dolore, e a nulla servirono i propri poteri autocratici al punto che il centauro sarebbe stato costretto ad una vita di sofferenza a causa della sua immortalità. Zeus, però, mosso da compassione, permise a Chirone di donare la sua immortalità a Prometeo salvandolo e salvando con lui tutti gli uomini. Il personaggio di Chirone incarna una duplice dicotomia: da un lato, la tensione tra natura umana e animale tipica del centauro; dall’altro, il contrasto tra il suo ruolo di maestro della medicina e la sua condizione di vittima di una ferita incurabile. Per questa sua complessa struttura simbolica, Chirone è una figura ampiamente richiamata in psicologia e in letteratura come emblema della dualità dell’esistenza umana.

La dimensione umana e letteraria della fragilità
Questa consapevolezza dei propri limiti non appartiene solo all’ambito della cura psicologica, ma risuona profondamente anche nella letteratura. Così come lo psicoterapeuta rifiuta l’illusione di essere un salvatore onnisciente, la poesia di Eugenio Montale sveste i panni della guida infallibile. Il “Guaritore” (o il poeta) non possiede la “parola che squadri da ogni lato” l’anima, né formule magiche per risolvere l’esistenza; conosce soltanto la fragilità della condizione umana e la capacità di restare a contatto con essa. È ciò che Montale esprime magistralmente in Non chiederci la parola:
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah, l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a sé stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
(Eugenio Montale, Non chiederci la parola)

Attraverso questo componimento, l’autore spoglia la figura del poeta del suo tradizionale ruolo di vate, restituendogli la sua dimensione autenticamente umana. Gli artisti non sono funzionali all’umanità tramite l’utilizzo di parole o immagini psicologicamente o moralmente “giuste”, il loro compito non è quello di condividere precetti o lezioni, ma quello di creare una comunità che tramite l’esperienza comune possa aiutarsi e guarirsi. A proposito di ciò Frank Ostaseski scrive: “Non abbiate paura delle vostre ferite, dei vostri limiti, della vostra impotenza. Perché è con quel bagaglio che siete al servizio dei malati e non con le vostre presunte forze, con il vostro presunto sapere”.

