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La rivoluzione di donne poco serie

di Costanza Cosma Buzzo (5H)

Il 19 Settembre, durante la kermesse “Itaca” a Formello, il vicepresidente del consiglio e ministro degli affari esteri ha pronunciato una discutibile dichiarazione nella quale attribuiva l’immagine di una donna con una gonna corta, a quella di una persona poco seria, meno fedele e ad una moglie non affidabile.
Il tutto era parte di un discorso più ampio, destinato a spiegare che non bisogna farsi ingannare dalle belle apparenze.
Evidentemente, il Ministro non immagina quanto quella apparenza abbia contribuito ad avere un’immagine più moderna e libera alla fine del Novecento.

Nel 1918 in Inghilterra il diritto di voto venne esteso alle donne sopra i 30 anni, e solo nel 1928 si raggiungerà la piena parità elettorale. La fine di una lunga battaglia intrapresa dapprima dal movimento suffragista dal 1869, e poi dalla WSPU dal 1903.

Mentre gli uomini si trovavano al fronte a combattere durante le guerre mondiali, furono proprio le donne a sostituirli in ogni tipo di lavoro, persino nel campo della produzione bellica. Iniziò così la conquista di un’indipendenza nata dalla necessità di continuare a vivere nonostante l’assenza maschile. Tuttavia, dopo la seconda guerra mondiale, sebbene le donne avessero conquistato il diritto di voto, un’istruzione migliore e maggior rappresentanza nel mondo del lavoro, erano ancora rigidamente ancorate ai valori familiari e a un aspetto composto e maturo.

Fu la Londra di fine anni ‘50 a sradicare questo modello, proponendo per le strade giovani donne in abiti corti. Il ruolo ormai ricoperto dalle donne era troppo dinamico per poter sopperire alla rigida compostezza della moda del dopoguerra.
Da quella scintilla iniziarono a sfilare i primi abiti sopra il ginocchio di passerelle già note nel settore come Balenciaga o Dior, ma di questa prima fase ricordiamo tra altri il nome del sarto francese André Courrèges, il primo a rendere lo stile un fenomeno internazionale. Tra tutti, fu però Mary Quant, stilista Londinese del negozio Bazaar, a farsi ambasciatrice dei valori dietro la minigonna.
Essa fu un vero e proprio affronto visivo, capace di diventare simbolo dei movimenti femministi e dell’emancipazione femminile internazionali.
La minigonna era più comoda dei lunghi abiti per l’impegnata vita della donna inglese negli anni ‘60: era giovane, leggera, ed era, come direbbe il nostro ministro degli affari esteri, appariscente. Secondo le parole di Jenny Fenwick:” ..ciò significava che noi adolescenti non dovevamo somigliare alle nostre madre.”

In Italia, dove il capo venne definitivamente importato nel 1966, il diritto di voto era stato raggiunto solo vent’anni prima. Ma, sebbene la Costituzione proclamasse l’uguaglianza formale dei suoi cittadini, ciò era ben lontano dalla realtà. Giuridicamente, una moglie doveva ancora sottostare al marito e non possedeva alcuni diritti fondamentali, come quello al divorzio. In questo ambiente ambiguo, le ragazze della discoteca romana Piper si costruivano la libertà di apparire secondo il proprio piacimento. Perché, alla fine, questa era la rivoluzione; in un mondo  che legalmente avanzava ma faticava a cambiare, quello per cui combattevano non era solo un posto fisso in società, ma la possibilità di scegliere. Di trovarsi di fronte tante opportunità quante le loro ambizioni, per il proprio lavoro, la propria famiglia, la propria vita. Ma, prima di tutto, il proprio corpo.
Sebbene qualcuno possa considerare l’avvento della minigonna come l’inizio di un processo ancora più esplicito di oggettificazione femminile, possiamo definire la sua popolarità non come la fine di un percorso di emancipazione durato secoli, ma come un’altra tappa della strada, purtroppo ancora lunga, che permise al genere femminile di rivendicare il proprio stile ed essere responsabile della propria immagine. Questo, ovviamente, anche qualora una donna dovesse prendere decisioni che ad oggi considereremmo anacronistiche.

Alla luce delle recenti scuse di Tajani, non bisogna dimenticare che il messaggio di fatto misogino resta anche inconsapevolmente incastrato nelle nostre mentalità.E, forse, poiché la Meloni ci ha gentilmente consigliato di non farne una tragedia, dovremmo farne un dramma, agendo sul nostro vocabolario e ragionando sulle abitudini invisibili che ci accompagnano ogni giorno.

Caro Ministro, a chi come lei confonde la minigonna per la manifestazione stilistica di infedeltà, instabilità e vestiario di una donna poco seria, invitiamo a non farsi ingannare dalle belle apparenze.

Un pensiero su “La rivoluzione di donne poco serie”

  • Stefano Fornaro

    Grazie Costanza per le considerazioni storiche e per le tue importanti riflessioni che ci invitano giustamente ad esaminare in maniera più completa la questione.
    Assolutamente: l’individuazione dei valori, delle possibilità e del comportamento di una persona non possono e non devono mai essere basati sull’analisi del vestiario o sulla scelta degli accessori, nè tantomeno sulla lunghezza di una gonna.
    Ma questo vale in generale
    E’ molto triste, invece, vedere come certi stereotipi e certi luoghi comuni siano ancora radicati in determinati contesti e, purtroppo, condivisi anche da persone che magari dovrebbero garantire le pari opportunità…

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