Schiele: l’arte di non ballare durante l’apocalisse
di Costanza Cosma Buzzo (5H)
Non era un’apocalisse zombie, ma era qualcosa di molto simile. Un raffinato gioco politico che approfittava di un’isteria di massa.
All’inizio del ‘900, chiunque, nell’impero austroungarico, ammirava le monumentali opere di Makart, camminava a testa alta per la gloriosa Ringstrasse, e si dilettava in frivoli balli sulle note dei Valzer di Strauss, non desiderando per un solo momento di essere altrove. Godendo della gaia atmosfera di quel paradiso terrestre. “Sonnambuli guidati da una razionalità automatica e parziali, incapaci di vedere la catastrofe globale verso cui camminavano.”, per usare le parole del filosofo modernista Herman Broch, nella sua celebre trilogia “I sonnambuli”, in cui analizza la psicologia delle masse alle porte della prima guerra mondiale.
Il profondo senso patriottico e, ormai, nazionalista, che avvolgeva i cittadini dell’impero, era l’unica impenetrabile corazza che separava animi inquieti dinanzi l’inevitabile guerra di dimensioni catastrofiche, dalla fragile realtà. Il popolo multietnico di una nazione nata sul compromesso. Uno spettacolo aristocratico per i suoi cittadini, ma, “ […] quando si tolgono l’uniforme…essi non sanno quasi più chi siano.”
Poi, nel 1890, nasce Egon Schiele.
A 14 anni perde il padre, lo stesso che da bambino aveva bruciato tutti i suoi disegni, considerando il suo lavoro una perdita di tempo. Lui desiderava che diventasse un capostazione, proprio come lui. Libero da aspettative infelici, grazie all’aiuto dello zio nel 1906 entra in Accademia. Lo storicismo imperiale non era per lui il giusto mezzo comunicativo: troppo preciso, lineare. Propagandistico. Rappresentava un’utopia e nascondeva la realtà. Alcuni artisti austriaci vi si erano già ribellati, da qui la Secessione Viennese, il cui obiettivo era proprio quello di rappresentare a fondo la psiche umana, le sue angosce e desideri. Ma la Secessione, di cui il massimo esponente nelle arti pittoriche è senza dubbio Klimt, conservava un’estetica fine e preziosa. L’anima dei viennesi era invece tormentata e spigolosa. Schiele non ne aveva paura: abbracciava le sue emozioni come parte di sé, e ne dava piena voce nelle sue opere. Nel 1909 lascia l’Accademia determinato a superarne gli ideali. Poi, si allontanerà anche dal modello di Klimt, che da qualche anno gli faceva da mentore. Ha inizio il periodo più radicale ed espressionista della sua carriera, segnato definitivamente dall’incontro con Wallis Neuzil, ex modella dell’artista della Secessione,con cui Schiele inizia una relazione. Dopo essere stati cacciati da Krumau a causa della sua ribelle fama artistica, i due si trasferiscono a Neulengbach, poco lontana da Vienna. Sebbene fosse solo un ragazzo di 24 anni, la voce dei suoi quadri appariva troppo sincera per i cittadini del paese, vittime anch’essi di quell’autocensura del proprio io, a favore di un noi nel quale qualunque austriaco poteva rispecchiarsi. Le sue opere erano intime, tanto che la loro visione ipnotizzava nel disagio. Erano un tabù visivo, esploravano il naturale tormento di un ragazzo consapevole della caoticità della propria epoca. Toccavano temi come il desiderio e l’erotismo, le nostre passioni e i nostri istinti più naturali, e insieme temute. Le linee spezzate dei suoi ritratti, i colori grigi e gli sfondi cupi ci comunicano una verità che, dentro di noi, cerchiamo di smentire per tutta la vita: siamo soli. Lo siamo nell’oro quanto durante l’apocalisse. Lo restiamo in un abbraccio così come nel buio di una stanza vuota. Ma non è in questa solitudine esistenziale che dobbiamo perdere noi stessi. è lì che possiamo ritrovarci. Lontani dagli orrori della storia. Schiele era temuto perché incorniciava davanti agli occhi di tutti il loro più grande, e segreto, incubo.
Già tenuto d’occhio per la giovane età dei suoi modelli, nel 1912 fu denunciato per rapimento dopo aver offerto rifugio a una ragazzina scappata di casa. L’accusa cadde, ma venne considerato colpevole di esibizione di materiale pornografico in luogo accessibile a minori. Torna così a Vienna nel 1915, dove viene finalmente riconosciuto nella Lega degli artisti austriaci. Segnato da questo nuovo ruolo, lascia dolorosamente Wally per sposare Edith Harms. La rottura lo colpisce profondamente, Wallie era la sua unica certezza in un mondo in bilico. Lei era la sua musa, protagonista di molte sue opere; la turbolenta passione che li avvolgeva ha caratterizzato il loro rapporto fino alla fine. Ma Edith era di buona famiglia, poteva supportare la sua carriera economicamente e innalzare il suo status sociale alla luce della nuova fama. Se Wallie era la donna che confortava la sua inquietudine, Edith poteva concedergli un’ancora in quel tempestoso periodo. Nello stesso anno scoppierà la prima guerra mondiale. Il suo stile diventa più morbido, le pose più plastiche. Il suo maggior riconoscimento pubblico coincide con la 49° mostra delle Secessione, esibizione in onore del mentore giovanile Klimt. Egli incluse nell’esibizione 50 delle sue opere.
Schiele muore pochi giorni dopo la moglie incinta. Aveva 28 anni, e la voce di una sirena che sconvolse chiunque potesse ascoltarla.
La guerra era arrivata, non ci si poteva più nascondere dalla realtà. L’impero era finito. L’arte di Schiele aveva smesso di essere interiorità e si avvicinava sempre di più a quanto appariva del mondo durante la guerra: corpi spigolosi, incartati con pelle grigiastra su sfondi bui. Erano stati quasi profetici, a quel punto, i suoi ritratti. Il mondo era diventato quello che Schiele già da tempo vedeva dentro di sè. E gli Austriaci, quando l’oracolo si fu realizzato, potevano solo accettare quel destino, per anni temporeggiato a favore di una vita apparentemente più serena; si spogliarono dell’uniforme imperiale per diventare soldati.
Non era più gaia, e non era più Paradisiaca. Restava solo l’apocalisse.

