Quando la politica decide per il corpo delle donne
di Noemi Bruno (5E)
“Io, come Stato, devo mettere in condizioni la donna di essere consapevole delle proprie scelte, facendole anche ascoltare il battito del feto e rendendola consapevole che c’è un essere in vita nel proprio grembo”. Questa è la proposta del leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci. Una misura simile venne già approvata in Ungheria nel 2022. Chi sostiene questa idea dice di voler spingere le donne a una “maggiore consapevolezza” prima di prendere una decisione definitiva. Ma questa motivazione dà l’idea che interrompere una gravidanza sia una scelta facile, presa con leggerezza o da un giorno all’altro.
Dal punto di vista medico, ascoltare il battito non serve a nulla per l’intervento e non porta alcun beneficio alla salute della donna. Molti medici, psicologi e associazioni spiegano infatti che si tratta solo di una forma di pressione psicologica, pensata per far sentire la donna in colpa. Questa pressione psicologica ed emotiva può generare un problema ancora più grande: la storia ci insegna che rendere difficile un aborto non fermerà le interruzioni di gravidanza. Se si mettono troppi ostacoli emotivi, burocratici o morali, le donne in difficoltà continueranno ad abortire, ma lo faranno in modo clandestino e non sicuro. Prima del 1978, anno in cui in Italia è stata approvata la Legge 194, l’aborto era illegale. Questo non impediva alle donne di interrompere le gravidanze, ma le costringeva a farlo di nascosto, spesso in condizioni igieniche terribili o affidandosi a mammane (termine usato in origine per indicare le levatrici popolari) ed ex infermiere senza competenze operative. Venivano utilizzati metodi improvvisati e pericolosissimi, come erbe velenose o ferri da calza, che provocavano emorragie interne, infezioni e la perdita della fertilità. Nei casi più gravi, portavano alla morte.
Si stima che in Italia, prima della legge, ci fossero centinaia di migliaia di aborti clandestini ogni anno. Moltissime giovani donne e madri di famiglia hanno perso la vita per la mancanza di una sanità pubblica e sicura. Ritornare a un clima di giudizio e ostacoli significa rischiare di spingere nuovamente le persone più fragili, o con meno disponibilità economiche, a giocare a una roulette russa da cui non si è sicuri di uscire incolumi o, nei casi peggiori, vivi. La scelta di interrompere una gravidanza arriva sempre durante situazioni personali e delicate: ci possono essere casi di violenza, problemi di salute, instabilità economica o situazioni familiari difficili. Imporre l’ascolto del battito a chi sta già affrontando un trauma significa solo aggiungere dolore inutile. E se una donna non ha i mezzi economici per crescere un figlio, costringerla a portare avanti la gravidanza non vuol dire “tutelare la vita”, ma condannare madre e bambino al disagio.
In Italia l’aborto è regolato dalla Legge 194 del 1978, che lo garantisce come servizio sanitario pubblico entro precisi limiti e condizioni (ad esempio, il limite dei tre mesi di gravidanza prima di abortire, salvo gravi rischi per la salute della donna o patologie del feto). Questa legge è nata proprio con l’obiettivo di cancellare la piaga dell’aborto clandestino e tutelare la salute della donna, garantendo un servizio pubblico controllato e sicuro. Inserire obblighi emotivi sbilancia questo equilibrio e trasforma gli ospedali in luoghi in cui le donne si sentono giudicate. Spesso, a discutere, proporre leggi e fare proclami su una scelta intima come la maternità sono gli uomini. È giusto che la politica imponga ostacoli morali su un’esperienza biologica ed emotiva che riguarda il corpo e la salute della donna? La funzione dello Stato dovrebbe essere quella di garantire prevenzione, sostegno economico e sanità sicura, e non quella di costruire ostacoli emotivi che rischiano di riportare indietro le tutele sociali e la salute pubblica.
Di fronte a proposte come questa, la domanda sorge spontanea: è davvero questo il modello di tutela e rispetto della libertà che vogliamo consegnare alle future generazioni?

