L’invenzione di San Francesco
di Lorenzo Buono (4E)
A partire da quest’anno, dopo l’approvazione della legge n. 151 dell’8 ottobre 2025, il 4 ottobre viene istituita la festa nazionale in onore di san Francesco, al fine di celebrare i valori di fratellanza, dialogo, pace e tutela della natura incarnati dal Santo Patrono d’Italia. E certamente Francesco ha racchiuso in sé e simboleggiato per secoli tutte queste virtù, che infatti contribuiscono a farcelo percepire come moderno, come vicino a noi e alla nostra epoca; virtù che lo hanno trasformato in un santo “pop”, nel senso di popolare, proprio perché capace di parlare a tutti e di essere apprezzato da tutti, indipendentemente dal credo o dall’ideologia politica.
Domenica, 4 ottobre (anche se in realtà Francesco morì la sera del 3), cadranno gli 800 anni dalla morte del Santo che, Vincenzo Gioberti prima, Pio XII poi, hanno definito come “il più santo degli italiani e il più italiano dei santi” e mi sono chiesto quindi quale ricorrenza migliore per cercare di fare luce sul “vero” san Francesco, di chiarire come è nata questa immagine ritoccata del Santo e perché. Infatti sono poche le figure oltre a quella del Poverello che sono state vittime di una tanto feroce strumentalizzazione, seguita a un profondo intervento sulla sua biografia, “aggiustata” altre volte poi in base ai principi da elogiare: così Francesco è divenuto un eroe del Risorgimento italiano, il simbolo di uno Stato unito e di un’identità nazionale, peccato che questa forte identità nazionale fosse impensabile nel Medioevo del XII-XIII secolo in cui visse lui. Ma più emblematico e più vicino ai nostri tempi è il ruolo che l’Assisiate ebbe nella propaganda fascista.
Siamo esattamente un secolo fa, nel 1926, Mussolini è al potere da 4 anni, in quell’anno consolida definitivamente il suo governo tramite le ultime leggi fascistissime, una serie di leggi che tra il 1925 e il 1926 trasformò l’Italia in una vera e propria dittatura, e ovviamente indice enormi celebrazioni per il Santo, modello per tutti gli italiani e protettore dell’Italia. Nello stesso anno Franco Paladino, editore di Mantova, già noto per aver pubblicato nel 1922 il saggio “Mussolini” (impresa che è fierissimo di aver compiuto), commissiona a Don Paolo Ardali, già autore di “Pio XI e Mussolini”, un altro libretto intitolato “San Francesco e Mussolini” da aggiungere alla sua collana “Mussolinia”. E puntualmente Don Ardali illustra sotto quali punti – molti più di quanti noi possiamo immaginarne – Mussolini e Francesco sono così simili, al punto che a un certo punto scrive “o quanto spirito francescano c’è nella vita di Mussolini”; a noi questo ritratto pare ai limiti del comico, potremmo chiederci quasi se si tratti di sottile satira politica, ma in realtà l’autore è serio e ha chiarissimi i punti sotto i quali questi due uomini si assomigliano, come esplicita tramite una semplice citazione da “I Fioretti di San Francesco”, in cui frate Masseo chiede a Francesco: “Perché a te tutto il mondo viene dietro e ogni persona pare che desideri di vederti e di udirti e di ubbidirti?”. E i paralleli proseguono per tutto il libretto: entrambi da giovanissimi hanno conosciuto la fatica; entrambi hanno conosciuto e vissuto la guerra (è scritto che Mussolini “soldato fra i soldati, semplice e umile visse in mezzo a loro come San Francesco”); entrambi hanno viaggiato molto, sofferto molto la fame…
Nella storia, soprattutto in quella italiana, è chiaro come la figura del Poverello sia stata usata, sfruttata per i più diversi fini politici, dal nazionalismo ottocentesco fino alla propaganda e al desiderio di riconciliazione con la Chiesa durante il fascismo, tuttavia ciò che è più interessante analizzare è come la sua biografia sia stata modificata, maneggiata già subito dopo la sua morte. Dobbiamo partire dal presupposto che il Santo d’Assisi ci ha lasciato una vastissima produzione letteraria, stupefacente considerando che incontrava difficoltà nella scrittura, ma purtroppo non abbiamo, da parte sua, alcuna informazione che riguardi la sua vita. Spicca in questa mole di scritti il Cantico delle Creature, il più antico testo poetico di autore noto, un testo rivoluzionario proprio per il suo messaggio: tutto è bello, tanto il Sole e la Luna quanto l’aria, tanto la terra e la natura quanto l’acqua, persino la morte è bella; un testo incredibile quindi che però assume una sfumatura diversa quando lo poniamo nel suo tempo, in cui i catari predicano l’esatto contrario, ovvero che la realtà materiale è cattiva, che il corpo è solo una prigione per l’anima e che quindi tutto ciò che è materiale deve essere stato creato da un Dio malvagio, opposto al Dio buono del Nuovo Testamento.
Le informazioni sulla sua vita quindi le possediamo unicamente attraverso chi Francesco lo ha conosciuto personalmente.
Dopo la sua morte, il 3 ottobre 1226, viene avviato immediatamente, tanta era la fama di cui godeva, il processo di canonizzazione di Francesco, conclusosi il 16 luglio del 1228, meno di due anni dopo. Quasi contemporaneamente, il papa, Gregorio IX, lo stesso che si scontra più volte in quegli anni con Federico II di Svevia, assegna al francescano Tommaso da Celano, che aveva conosciuto Francesco, il compito di scrivere una biografia del Santo. Questa prima biografia viene approvata e conosce un’enorme diffusione, tanto da venir copiata, riassunta, e persino trasposta in versi ma non soddisfa a pieno frate Elia, Ministro Generale dell’Ordine dei Francescani, che ne richiede una versione più breve, che si presti maggiormente ai riti liturgici. Tommaso da Celano non ne è entusiasta ma, seppur malvolentieri, scrive una nuova edizione della vita di Francesco, in cui non sono presenti però molti miracoli fatti dal Santo perciò, dopo qualche anno, nel 1244, il nuovo Ministro Generale, Crescenzio da Jesi, chiede a tutti i frati francescani che avevano conosciuto l’Assisiate di comunicare i miracoli a cui avevano assistito o di cui si ricordavano. Nelle risposte però i vecchi frati non si limitano a descrivere i prodigi compiuti da Francesco ma raccontano decine e decine di aneddoti, storie, episodi legati alla sua vita; essendo tutto questo materiale per la gran parte inedito, Crescenzio convoca nuovamente Tommaso da Celano e gli commissiona una nuova versione della vita di Francesco, la Vita Secunda, da integrare alla Vita Prima, ovverosia la versione precedente. Ma passano altri anni, nel 1247 diviene Ministro Generale Giovanni da Parma che convoca nuovamente Tommaso da Celano e, criticando la poca presenza di miracoli nelle precedenti vite, gli commissiona un testo che racchiuda tutti i miracoli fino a quel momento esclusi, dando vita al Tractatus de miraculis. A quanto pare però l’Ordine Francescano non era ancora soddisfatto dato che nel 1260, durante il Capitolo generale tenutosi a Narbona, viene deciso di riunire tutte le diverse edizioni della vita di Francesco in un unico testo, ufficiale e pienamente soddisfacente. Graziando l’ormai settantenne e prossimo alla morte Tommaso da Celano, questo arduo compito viene affidato al nuovo Ministro Generale, subentrato nel 1257, Bonaventura da Bagnoregio. Bonaventura, oggi San Bonaventura, produce un’edizione finale, che viene da lui chiamata Legenda maior, “legenda” significa letteralmente “cosa che deve essere letta”, “maior” per distinguerla dalla minor (ovviamente), cioè un compendio realizzato per la liturgia. Essendo quindi questa la versione adottata dall’Ordine, quella ufficiale e definitiva, nel 1266, durante il Capitolo generale di Parigi viene ordinato che siano distrutte tutte le vite di san Francesco scritte in passato, ormai considerate inutili, se non dannose. E così la maggioranza delle copie delle vite precedenti viene distrutta – le poche superstiti hanno iniziato a venir fuori a partire dal Settecento e ancora oggi talvolta se ne trovano di nuove – e la vita scritta da Bonaventura diviene il punto di riferimento per qualsiasi opera di divulgazione su san Francesco, come ad esempio gli affreschi di Giotto.
Qui si colloca il momento decisivo per la nascita del san Francesco che conosciamo noi oggi: nello scrivere la sua vita, Bonaventura non ha preso tutti gli episodi ma ha scelto, ha fatto una selezione tra il materiale a sua disposizione così da creare un’immagine precisa di Francesco, anche se non del tutto veritiera. Nella Legenda maior il Poverello appare, o meglio “deve apparire”, come un nuovo Cristo (somiglianza sottolineata fortemente dall’episodio delle stimmate, ricevute durante un ritiro sul monte La Verna), quasi divino, perfetto, mosso da una fede ferma e incrollabile, gentile sempre con tutti; e tutto questo non solo per evidenziare la santità di Francesco ma anche per far apparire chiaro come lui fosse inimitabile, irraggiungibile e giustificando in questo modo la maggior flessibilità nei confronti della regola dopo la sua morte: i frati iniziano a vivere e costruire conventi in pietra, lavorano come intellettuali, professori universitari… infrangendo i precetti che invece il loro fondatore aveva così a cuore – vivere in capanne di frasche, camminare scalzi, non possedere nulla, fare solo lavori manuali.
Per concludere ritengo sia significativo menzionare qualcuno degli episodi, degli eventi che Bonaventura sceglie di omettere dalla sua biografia mentre ci sono raccontati da Tommaso da Celano in modo tale da chiarire meglio dove l’immagine di Francesco viene raddrizzata e magari così da farci conoscere qualcosa in più su questo personaggio immortale: innanzitutto Tommaso ci racconta della giovinezza, di come Francesco sia stato educato molto male da pessimi genitori e di come spendesse tutti i soldi, guadagnati facendo il mercante, in ricchissime feste, banchetti, musicanti e vesti di lusso; Bonaventura non scrive niente di tutto ciò anzi, secondo la sua versione i genitori erano degli ottimi cristiani, lui è stato educato ottimamente e infatti l’odore di santità si poteva sentire fin da quando era bambino. Una volta, racconta Tommaso, durante un viaggio a Bologna, entrando in città viene a sapere che i frati possiedono e vivono in una casa quindi decide di interrompere il viaggio e ordina a tutti, compresi i malati e gli infermi di abbandonare la casa. Bonaventura non la censura totalmente ma si limita a scrivere che certe volte dava ordine di demolire o abbandonare le case quando vedeva qualcosa di troppo lussuoso, ammorbidendo anche qui il giudizio di Francesco. In Bonaventura non troviamo nemmeno riferimento alla forte opposizione del Santo verso i libri e del suo divieto di possederne, motivato dal fatto che chi studia ed è colto diviene arrogante e si pone su un piano più alto dei più umili e dal fatto che i libri al tempo, non esistendo la stampa, valevano molti soldi e ciò ovviamente era fortemente in contrasto con la regola. L’ultimo episodio che voglio citare, dei tanti che esistono, è quello del lebbroso: un frate francescano amico del Poverello, frate Giacomo faceva assistenza ai lebbrosi ed era divenuto amico di uno di loro, al punto da portarlo a messa con sé, nella chiesa frequentata da tutti i fedeli, che ne erano infastiditi; Francesco allora una volta chiede a frate Giacomo di non farsi più accompagnare dal lebbroso, ma purtroppo il frate se ne dimentica e la volta successiva Francesco perde la pazienza, rimprovera duramente il frate al punto che, recuperata la calma, si pente di ciò che ha fatto, assalito dal rimorso e dal timore di aver offeso il malato. Per fare penitenza perciò invita il lebbroso a condividere il pasto con lui, mangiando dallo stesso piatto.
La mia scelta è stata di concludere con questo aneddoto perché mostra, almeno secondo me, un Francesco molto più umano, lontano da quell’alone di santità che lo pone così in alto, distante da noi, ma ci fa rendere conto che è stato una persona come noi, incapace talvolta di controllare le proprie emozioni, capace anche lui di sbagliare ma anche tanto umile da riconoscerlo e da cercare di porre sempre rimedio ai proprio errori.

