La memoria non è il passato: è il modo in cui scegliamo il futuro
di Roberta Turco (5H)
Ci sono parole che usiamo così spesso da rischiare di dimenticare quanto siano importanti: libertà, democrazia, diritti, pace. Oggi fanno parte del nostro vocabolario quotidiano e sembrano quasi qualcosa di normale, che è sempre esistito. In realtà non è così. La libertà politica di cui godiamo oggi è il risultato di una storia lunga e difficile, fatta anche di dittature, guerre, persecuzioni, resistenze e sacrifici. Il fatto che oggi possiamo esprimere le nostre idee, scegliere chi ci rappresenta, partecipare alla vita pubblica e vivere in uno Stato democratico non è qualcosa che è semplicemente comparso: è stato costruito nel tempo e, in alcuni momenti, è stato pagato a un prezzo altissimo.
Per questo penso che la memoria non dovrebbe essere soltanto una ricorrenza da celebrare ogni anno e non dovrebbe riguardare solo i libri di storia, il 25 aprile o le fotografie in bianco e nero. Ricordare dovrebbe servire soprattutto a capire meglio il presente e a dare un significato a ciò che abbiamo oggi.
Quando parliamo di fascismo, Resistenza e Seconda guerra mondiale è facile pensare a qualcosa di molto lontano. Sono passati più di ottant’anni dalla Liberazione del 25 aprile 1945 e, per molti ragazzi della nostra età, quel periodo sembra appartenere a un mondo completamente diverso. Non abbiamo conosciuto direttamente le persone che hanno vissuto quegli anni e non possiamo nemmeno immaginare davvero come fosse vivere in quel periodo. Proprio per questo, però, credo che sia ancora più importante ricordare.
Il 25 aprile 1945 segnò la liberazione di numerose città dell’Italia settentrionale e rappresentò una tappa decisiva nella fine del nazifascismo e dell’occupazione tedesca. Negli anni successivi nacquero la Repubblica e la Costituzione, profondamente legate all’esperienza vissuta durante la guerra e la Resistenza. La Costituzione, inoltre, stabilisce che è vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.
Sono fatti che conosciamo soprattutto attraverso i libri, ma dietro date e norme ci sono persone reali e vicende che hanno avuto conseguenze concrete sulla vita di milioni di italiani.
Per gli studenti del nostro liceo, il Liceo Classico Adolfo Pansini, tutto questo assume un significato ancora più vicino. La nostra scuola porta il nome di Adolfo Pansini, un giovane antifascista che partecipò alla Resistenza durante le Quattro Giornate di Napoli e che fu ucciso dai tedeschi il 30 settembre 1943, a soli vent’anni.
Pensare che una persona poco più grande di noi abbia vissuto una situazione del genere rende questa storia meno lontana. Adolfo Pansini aveva più o meno la nostra età quando si trovò coinvolto in uno dei momenti più difficili della storia di Napoli. Noi oggi viviamo in condizioni completamente diverse: possiamo andare a scuola, discutere ed esprimere le nostre opinioni, parlare di politica, criticare chi ci governa e pensare liberamente al nostro futuro. Lui non ebbe la possibilità di fare tutto questo.
Per questo il suo nome dovrebbe portarci a chiederci che cosa ne facciamo noi, oggi, della libertà e dei diritti che abbiamo ricevuto.
Nel corso della nostra storia abbiamo infatti ereditato molti diritti che oggi fanno parte della nostra vita quotidiana: la libertà di parola, il diritto all’istruzione, il principio di uguaglianza e la possibilità per uomini e donne di partecipare alla vita politica e istituzionale.
Nel 1945 il diritto di voto venne esteso alle donne e il 2 giugno 1946 le italiane votarono per la prima volta a livello nazionale, sia nel referendum istituzionale sia per l’elezione dell’Assemblea Costituente. Quel voto fu una parte importante del percorso che portò alla nascita della Repubblica e alla costruzione della Costituzione.
Oggi ci sembra quasi scontato che una donna possa entrare in una cabina elettorale e scegliere liberamente chi votare, ma non è sempre stato così. Questo ci fa capire che un diritto non dovrebbe essere considerato semplicemente qualcosa che ci appartiene e basta. Dovremmo anche conoscere la storia che c’è dietro e capire quanto sia stato difficile arrivare a quel risultato.
L’articolo 48 della Costituzione stabilisce chiaramente che il voto è personale, eguale, libero e segreto e definisce il suo esercizio un dovere civico. Questo è un esempio di come un diritto possa essere conquistato e poi diventare parte della normalità delle generazioni successive.
Nonostante questo, nel corso degli ultimi decenni la partecipazione alle elezioni italiane è diminuita e l’astensionismo è diventato un fenomeno sempre più evidente. Sempre più persone rinunciano a votare. Un diritto conquistato dopo anni di lotte ed esclusioni rischia così di essere percepito come inutile proprio da chi dovrebbe esercitarlo.
Anche quando parliamo di libertà, ne parliamo spesso come se fosse qualcosa che, una volta conquistata, non possa più essere messa in discussione. La storia, però, ci dimostra che i diritti devono essere difesi e hanno bisogno di essere conosciuti e tutelati.
La possibilità di criticare chi governa, manifestare il proprio dissenso, cambiare idea e scegliere una maggioranza diversa fa parte della democrazia stessa. Il problema nasce quando si pensa alla democrazia solamente come al diritto della maggioranza di decidere ciò che vuole. La democrazia comprende anche la tutela delle minoranze, delle libertà individuali, del pluralismo, dell’uguaglianza davanti alla legge e della possibilità di esprimere opinioni diverse.
In questi anni il dibattito politico, in Italia e nel mondo, sta diventando sempre più acceso. Si discute di immigrazione, sicurezza, guerre, diritti sociali, ruolo dell’Europa ed economia, e spesso le opinioni sono molto diverse tra loro. Tuttavia, la questione più importante non dovrebbe essere stabilire quale parte politica abbia il diritto di parlare di libertà o di memoria.
La democrazia non appartiene a una sola parte politica e non dovrebbe essere utilizzata come proprietà di chi governa o di chi si trova all’opposizione. Anche la memoria storica dovrebbe essere qualcosa di più serio di uno strumento da usare contro l’avversario politico. Dovrebbe servire a tutti: cittadini, istituzioni, maggioranza e opposizione, per confrontarsi con i principi della Costituzione.
Ricordare il fascismo significa conoscere quello che il fascismo è stato realmente: una dittatura che limitò profondamente le libertà politiche e civili, cancellò il pluralismo politico e portò l’Italia verso la guerra e la persecuzione. La Resistenza, allo stesso tempo, non significa raccontare una storia senza problemi o contraddizioni, ma conoscere il ruolo che ebbe nella fine della dittatura e nel passaggio verso la Repubblica democratica, oltre a comprendere il percorso che portò alla nascita della Costituzione.
La memoria dovrebbe essere usata per studiare e comprendere il passato e per evitare di ripetere i medesimi errori e orrori.
Per noi giovani, ricordare non significa soltanto sapere che cosa è successo tanti anni fa. Significa capire che cosa abbiamo ricevuto da quelle generazioni. Ereditare qualcosa non vuol dire semplicemente possederla: vuol dire anche e soprattutto avere la responsabilità di conservarla e, se possibile, migliorarla.
Se le persone non partecipano alla vita pubblica, la democrazia si indebolisce. Se non ci informiamo, diventiamo più vulnerabili alla semplificazione e alla disinformazione. Se non conosciamo la storia, diventa anche più difficile capire perché le istituzioni sono state costruite in un certo modo e perché alcuni diritti sono stati considerati così importanti.
Spesso si dice che noi giovani ci disinteressiamo della politica e che non ci informiamo. È vero che il distacco esiste ed è un problema importante. Se smettiamo di informarci e di capire la storia, diventiamo più fragili e più facilmente manipolabili. Partecipare non vuol dire avere tutti la stessa opinione, ma avere la capacità critica di capire che cosa succede intorno a noi.
Chi ha lottato per la Liberazione o ha contribuito a scrivere la Costituzione non poteva prevedere il mondo in cui oggi viviamo. Poteva però lasciare qualcosa alle generazioni future: una Costituzione, delle istituzioni, dei diritti e soprattutto una responsabilità. Quella responsabilità oggi riguarda anche noi.
Non dobbiamo vivere nel passato, ma dovremmo conoscerlo abbastanza bene da non trasformarlo in una semplice favola o in uno slogan. Dovremmo evitare di considerare la libertà come qualcosa di naturale, che esiste indipendentemente dalle nostre scelte.
La memoria non ci dice chi votare: ci ricorda che possiamo farlo. Non ci dice quale idea politica scegliere, ma ci ricorda che dobbiamo essere liberi di scegliere. Non ci obbliga ad avere tutti la stessa opinione, ma ci ricorda che possiamo discutere, dissentire e confrontarci.
Adolfo Pansini non è solo il nome del nostro liceo: è il nome di un ragazzo che aveva vent’anni e che non ha avuto la possibilità di vedere il Paese libero per il quale aveva scelto di combattere.
Noi, invece, quella libertà l’abbiamo ricevuta. Possiamo darle valore attraverso la conoscenza, la partecipazione e le scelte che facciamo ogni giorno.
Il passato non possiamo cambiarlo, ma possiamo scegliere che cosa farne. Ricordare significa anche questo: fare in modo che i sacrifici di chi è venuto prima di noi non rimangano soltanto nelle pagine dei libri di storia, ma continuino ad avere un significato nelle scelte delle generazioni che vengono dopo.

