Ma quindi la scuola è apolitica?
Ma quindi la scuola è apolitica?
Per rispondere a questa domanda mi appello alla capacità dei miei compagni di trovare il significato etimologico delle parole. Procedendo secondo il metodo socratico, la prima cosa che dobbiamo fare è porci una domanda: τί ἐστί? (cos’è?). Cos’è questa fantomatica politica, che stranamente mai come ora ci sembra l’astro più lontano dai nostri occhi, la pratica più elitaria che l’uomo abbia mai creato?
La parola politica viene dal greco politikḗ (πολιτική) cioè la tecnica di curare e amministrare una polis (πόλις). Sembrerebbe simile al concetto moderno di politica se solo la polis greca fosse il corrispondente esatto della parola “città” – cosa che, di fatto, non è. La polis è un insieme di territori e persone certo, ma anche degli usi e i costumi che le appartengono.
Prima la parola politikḗ equivaleva a muoversi sempre verso il fine ultimo del bene comune, e per raggiungerlo ognuno doveva metterci il proprio: ecco che la politica assume un valore, comunitario, sociale, perché la politica, da che mondo è mondo, è sempre stata (e sempre lo sarà) un affare sociale.
Se la politica è sociale e noi siamo la società, non solo la politica ci appartiene, ma la politica siamo noi, tutti noi. Perciò mi è doloroso sentire dalle labbra dei miei stessi compagni frasi del tipo: “I professori non possono parlare di politica, perché la scuola di fatto è apolitica”. Ma apolitica cosa? La scuola? Il terreno fertile delle menti della futura classe dirigente? Come può la culla della società essere apolitica se la società è politica? Se la politica si nutre di conoscenza e di pensieri, la madre di queste due se ne può mai star zitta, rintanata in un angolino?
Non c’è nessun articolo di legge, nessun provvedimento che indichi la scuola come “apolitica”, altrimenti si contraddirebbe nella sua natura intrinseca. Tutto ciò che gli articoli 33 e 34 della nostra Costituzione garantiscono a fianco ad un’istruzione libera ed aperta a tutti è l’imparzialità ideologica. Ciò ha avvalorato però la tesi di coloro che ritengono che a scuola non si debba parlare di politica, essendo molto difficile parlare di qualcosa senza sbilanciarsi con una propria opinione.
A questa argomentazione si può rispondere in due modi. In primis, il problema che emerge da una possibile “personalizzazione” di un argomento proposto non è assolutamente risolvibile tramite l’ostracizzazione dell’argomento suddetto: una soluzione quanto meno estrema, che non riesce a molto se non ad una inutile deresponsabilizzazione sia dei professori sia degli studenti. In secondo luogo, questo è il motivo per cui, ad introdurre temi politici, non può essere semplicemente un gruppetto scarso di professori che, per loro coscienza civile, decidono di trattare quelle orette di educazione civica con proficuità: parlando in modo probabilistico, è decisamente più sicuro per una mente in creazione sentire tante voci (con altrettante sfumature di pensiero) che finiscono per smorzarsi tra di loro, offrendo comunque una vaga idea di confronto ideologico, rispetto ad una sola voce che, essendo l’unica disponibile, si impone come pensiero unico.
Dunque, se la scuola dovesse mai diventare apolitica perderebbe tutto il significato di educazione alla cittadinanza, rinnegando la Costituzione e la sua stessa natura.
Per chiarezza: la necessità di imparzialità ideologica nasce dopo un periodo di forte personalizzazione politica, ovvero il fascismo, ed è per questo che, secondo la Costituzione, la scuola dovrebbe fornire agli studenti, in modo apartitico, gli strumenti per potersi creare un ideale politico proprio, non costringendoli psicologicamente a seguire questo o quel partito.
La scuola è e deve essere pienamente apartitica, deve tenersi lontana dall’indottrinamento, ma non per questo la parola “partito” all’interno delle mura scolastiche deve diventare un tabù che è meglio allontanare. Facendo ciò, si dà un’immagine distorta della scuola, come se questa fosse un luogo ai confini dello spazio e del tempo, al di fuori della realtà, mentre il suo compito è proprio quello di preparare il cittadino presto votante a sapersi confrontare con la realtà stessa.
Detto ciò, mi rivolgo a voi, studenti: non abbiate paura di aprire la bocca, non abbiate paura di ridare alla scuola la sua importanza socio-culturale, non abbiate paura di condividere le vostre idee e soprattutto di accogliere idee nuove.
Al prossimo spunto di riflessione. Certamente continuerete a vedermi e a leggermi, che sia in questo blog o a fianco a voi in classe.
In fede,
il/la vostr* compagn* di banco

